ESG ambiente e greenwashing PMI
Abolire le pratiche millantatorie delle imprese che si definiscono green nonché ambientaliste solo perché dettate dalla direttiva Ue 2024/825
recepita in Italia e in vigore da marzo e poi verifichiamo le condotte delle aziende verso la sostenibilità ESG intesa come fattore di competitività e non come obbligo con particolare riferimento agli aspetti ambientali.
Occorre innanzitutto contrastare e superare le pratiche fuorvianti di quelle imprese che si autodefiniscono “green” o ambientaliste solo in termini formali e di facciata.
Non lo dice chi scrive ma la direttiva Direttiva UE 2024/825, recentemente recepita anche in Italia ed entrata in vigore nel mese di marzo, che mira a limitare le comunicazioni ingannevoli in materia ambientale.
Una volta ristabilito un quadro di trasparenza e correttezza, diventa essenziale procedere a una valutazione concreta delle condotte aziendali, verificando in che misura le imprese adottino effettivamente pratiche coerenti con i principi ESG.
In tale prospettiva, la sostenibilità – e in particolare la dimensione ambientale – non viene più interpretata come un mero obbligo normativo, bensì come un fattore strategico di competitività (indagine di iSustainability).
Qui si apre un tema di assoluta urgenza relativamente alla misurazione specialmente della componente ambientale della sostenibilità ESG per quasi tutte le PMI tranne le poche già obbligate.
Attualmente sono in uso per big aziende alcuni indici di misurazione ambientale ESG (Environmental) che valutano l’impatto ecologico di un’azienda, monitorando emissioni, consumo energetico, gestione rifiuti e risorse idriche.
KPI chiave includono la Carbon Footprint (\(CO_{2}\)), l’uso di energie rinnovabili e l’efficienza idrica.
Principali Indicatori Ambientali (E) nel dettaglio:
- Emissioni inquinanti Carbon Footprint (\(CO_{2}\) dirette/indirette);
- Energia: Consumo totale e % di energia da fonti rinnovabili;
- Risorse idriche Volume di acqua consumata, riciclata e qualità dello scarico;
- Gestione rifiuti Quantità di rifiuti prodotti, differenziati, riciclati e smaltiti;
- Economia circolare Indicatori di riutilizzo materiali e impatto sulla biodiversità.
Questi parametri, in uso dal 2024 pubblicati nel Voluntary Sustainability Reporting Standards for Non-listed SMEs (VSME) aggiunti ai già noti GRI ed ESRS del 2023 *, e che dovrebbero permettere di valutare il rischio ambientale, migliorare la reputazione aziendale e guidare la transizione ecologica, sono in uso per le grandi imprese nonché le aziende quotate.
Essi mostrano però alcuni limiti in ordine alle PMI che appartengono non solo a diversi comparti economici dove non sarebbero applicabili ma soprattutto non tengono in conto le buone prassi ambientali che molte aziende mettono e/o possono mettere in campo per esprimere il loro sforzo verso un miglioramento dell’impatto ambientale delle loro produzioni.
Ma occorre una formulazione più concreta e che possa reggere ai controlli e a fenomeni di greenwashing che specialmente vada bene per le PMI italiane così da entrare nel circolo della compliance aziendale auspicabilmente normata dagli enti certificatori.
Serve infatti un approccio che possa portare alla luce i veri comportamenti atti al miglioramento delle prassi migliori per la salvaguardia dell’ambiente.
La definizione di standard tecnici semplificati e proporzionati per le PMI, che traducano i principi degli ESRS in indicatori applicabili nella pratica quotidiana; la costruzione di schemi di certificazione volontaria specifici per la sostenibilità ambientale, capaci di valorizzare anche le buone pratiche non formalizzate; l’integrazione con norme già diffuse (come i sistemi di gestione ambientale) per evitare duplicazioni e sovrapposizioni burocratiche; la promozione di metriche verificabili e comparabili, utili sia per il mercato sia per gli organismi di controllo; il supporto alla creazione di un linguaggio comune tra imprese, professionisti e istituzioni.
Un tale approccio permetterebbe di colmare il divario oggi esistente tra grandi imprese e PMI, offrendo a queste ultimi strumenti concreti da subito per dimostrare il proprio impegno ambientale ed entrare pienamente nei processi di compliance ESG, riducendo al contempo il rischio di greenwashing e rafforzando la fiducia del mercato.
Le imprese che sapranno integrare in modo autentico veri principi green nei propri modelli organizzativi e produttivi saranno meglio posizionate per affrontare le sfide future, sia in termini di mercato sia di reputazione. La definizione di un rating credibile diventa una prossima priorità.
Gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) sono gli standard europei per la rendicontazione di sostenibilità.
Introdotti ufficialmente dalla Commissione Europea a luglio 2023, rappresentano il riferimento normativo che definisce modalità, requisiti e obblighi con cui le imprese devono comunicare in modo chiaro e uniforme le proprie performance ambientali, sociali e di governance (ESG).
Gli ESRS nascono all’interno del quadro legislativo europeo per la sostenibilità, in particolare come attuazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore il 5 gennaio 2023.
Questa direttiva ha aggiornato e ampliato gli obblighi di comunicazione delle informazioni non finanziarie, imponendo a un numero crescente di aziende di rendicontare i propri impatti ESG secondo criteri comparabili, trasparenti e verificabili.
Gli standard sono stati sviluppati dall’EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group) e si ispirano ai principali riferimenti internazionali, come i GRI (Global Reporting Initiative), per favorire una convergenza globale delle pratiche di rendicontazione.
Il set normativo degli ESRS è composto da:
- 2 standard generali, che definiscono i principi e i requisiti trasversali a tutte le imprese
- 10 standard tematici, suddivisi in cinque ambientali, quattro sociali e uno di governance.
I 5 standard ambientali ESRS (E) sono:
- E1 – Cambiamenti climatici che riguardano le emissioni di gas serra (Scope 1, 2, 3), le strategie di decarbonizzazione
e i rischi climatici - E2 – Inquinamento che copre le emissioni in aria, acqua, suolo, le sostanze pericolose e gli impatti sulla salute e ambiente
- E3 – Risorse idriche e marine relative a consumo acqua, scarichi idrici e impatto su ecosistemi acquatici
- E4 – Biodiversità ed ecosistemi che Include gli impatti su habitat naturali, la perdita di biodiversità e l’uso del suolo
- E5 – Economia circolare dove tratta l’uso delle risorse, la gestione rifiuti, il riuso, il riciclo e l’efficienza materiali.

