Intelligenza artificiale: una sfida per tutti
Stiamo correndo verso un futuro che è veramente difficile immaginare e per guidare questo cambiamento è necessario trovare momenti nei quali fermarsi a riflettere sulla direzione che stiamo prendendo in tema di intelligenza artificiale
Per questo è stato per me importante leggere la prima la prima lettera enciclica di Papa Leone XIV dal titolo Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo
Il testo porta la data del 15 maggio, scelta non a caso: è il giorno esatto in cui, 135 anni prima, Leone XIII firmava la Rerum Novarum, il documento che nel 1891 aprì la Dottrina sociale della Chiesa rispondendo alla questione operaia della prima rivoluzione industriale
Il documento mi ha molto colpito perché affronta il tema dell’intelligenza artificiale senza demonizzare questo percorso ormai avviato, ma sollevando temi etici che non possono essere ignorati.
Ogni passo della Lettera è molto intenso, ma c’è un paragrafo che mi ha colpito molto ed è al numero 154 dove il Papa scrive che una società capace di garantire lavoro solo a una parte della popolazione, mentre tutto il resto viene automatizzato, produrrebbe “un paradosso di progresso materiale e regressione antropologica”.
Non è un’iperbole retorica, ma la descrizione più esatta che si possa dare di ciò che accade quando l’intelligenza artificiale entra nelle imprese con la promessa di liberare tempo e aumentare la produttività, e finisce invece per sorvegliare più di quanto assista, sostituire più di quanto potenzi, isolare più di quanto connetta.
Il rischio è tutto concentrato in un meccanismo semplice quanto pericoloso: quando l’utile diventa il fine e non più lo strumento, ogni cosa che gli si oppone — il tempo delle persone, la loro fatica, la loro dignità — smette di essere un limite da rispettare e diventa una variabile da ottimizzare.
Il Sommo Pontefice lo dice richiamando Paolo VI, con parole che hanno la forza di una diagnosi clinica: “i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo” .
Si “ha di più” ma non si “è di più”, aggiunge poco dopo lo stesso paragrafo.
In quattro semplici parole è racchiusa tutta la differenza tra crescita e sviluppo, tra fatturato e senso e il paragrafo 113 spinge la diagnosi ancora più a fondo: “non è solo la mancanza a generare disordine. Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà”.
Il problema quindi non è poter avere a disposizioni strumenti sempre più raffinati di intelligenza artificiale, ma il voler utilizzare i risultati solo in un’ottica estremizzata di profitto.
Credo che nel disegnare i nuovi modelli organizzativi delle imprese sarà molto importante porre attenzione proprio a non incorrere in questo errore.
Il passaggio più scomodo del testo, però, a mio avviso, è quello dedicato a ciò che l’enciclica chiama senza mezzi termini le nuove forme di asservimento dell’economia digitale.
Ogni risposta di un sistema di intelligenza artificiale che appare “immediata e perfetta”, scrive il Papa, proviene in realtà “da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone che etichettano dati, moderano contenuti, estraggono le terre rare necessarie ai microprocessori, spesso in condizioni descritte con un’espressione che non si dimentica facilmente: “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”.
La conclusione arriva netta, quasi un teorema: “se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona” .
Il paragrafo 161 estende lo stesso allarme al piano macroeconomico, con una frase che il Papa riprende quasi come un monito ricorrente: “pochi hanno troppo e troppi hanno poco, questa è la logica di oggi”, avvertendo che “se non si governano le trasformazioni ponendo come obiettivo prioritario, già in fase progettuale, la prevenzione di ulteriori e nuove disparità, il progresso tecnologico produce automaticamente disuguaglianze strutturali”
Automaticamente: è la parola che pesa di più, perché rovescia l’idea rassicurante secondo cui il progresso tecnologico, lasciato a se stesso, tenda naturalmente al bene comune.
In realtà credo che in tutti vi sia la consapevolezza che la rivoluzione in atto, se non guidata da principi, rischia di produrre disuguaglianza per default, non per eccezione.
Per questo l’enciclica non si limita alla diagnosi, ma indica due forze capaci di correggere la rotta: la solidarietà e quella che oggi chiameremmo sostenibilità, ma che il testo preferisce chiamare cura della Casa comune e giustizia tra le generazioni.
La solidarietà, scrive il Papa al paragrafo 73, “è il riconoscimento concreto che il destino di ciascuno è legato al destino di tutti: davvero nessuno si salva da solo”; e precisa che “quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari”.
Sulla cura della Casa comune, il paragrafo 84 offre il criterio più utile per riconoscere il vero progresso da quello apparente: “non è vero progresso ciò che accresce il benessere di alcuni degradando gli ecosistemi, scaricando costi sulle comunità più vulnerabili o pregiudicando le condizioni di vita di chi verrà dopo di noi”.
E il paragrafo 76 lo estende esplicitamente al terreno digitale: “la solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”.
Restava però una domanda aperta, dopo aver letto due volte questi passaggi: principi di questa portata — solidarietà, cura della Casa comune, giustizia intergenerazionale — a chi spetta tradurli in scelte concrete, dentro un’impresa che deve decidere, qui e ora, se automatizzare un reparto o adottare un nuovo strumento di intelligenza artificiale?
L’enciclica stessa offre una risposta, ed è forse il punto in cui il testo smette di essere una riflessione teologica e diventa un mandato operativo.
Al paragrafo 108, parlando della concentrazione di potere generata dalle nuove tecnologie, il Papa scrive che l’uso dell’IA “sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza”.
È qui che entra in scena, con piena legittimità, la figura di noi professionisti che affianchiamo le imprese.
Non possiamo essere spettatori del cambiamento né meri esecutori tecnici, ma siamo chiamati chiamati ad essere punti di riferimento e stimolo per impedire che i principi restino enunciati e non attuati, e che la solidarietà e la sostenibilità si fermino alla pagina dell’enciclica senza mai entrare nella sala riunioni dove si decide un piano industriale.
Il compito di noi professionisti diventa allora meno esecutivo e più simile a quello di Neemia, la figura biblica richiamata nel capitolo terzo del testo, che davanti alle mura distrutte di Gerusalemme non ricostruisce da solo, ma convoca il popolo e affida a ciascuno “un tratto di muro”.
Il professionista che accompagna un’impresa nella transizione digitale è chiamato esattamente a mostrare quale tratto di muro tocca ricostruire, e con quale misura.
Concretamente, questo significa portare nei tavoli di lavoro criteri che il testo enuncia con precisione quasi da manuale di controllo di gestione.
Significa avere ben chiaro l’avvertimento del paragrafo 150 e cioè che certamente l’intelligenza artificiale promette di aumentare la produttività assumendosi le mansioni ordinarie, ma che, in concreto, sono spesso i lavoratori a doversi adattare alla velocità e alle richieste delle macchine, invece che le macchine essere progettate per aiutare.
Vuol dire, anche, inserire nei propri strumenti di valutazione quello che il Papa chiama accountability: la possibilità di identificare sempre chi deve “rendere conto” di una decisione presa con l’ausilio di un algoritmo, perché l’uso dell’IA “non è mai un fatto puramente tecnico” quando tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà delle persone.
In definitiva. chi prepara un business plan, valuta un merito di credito o consiglia un piano di automazione non si occupa solo di conformità o di numeri, ma applica, nella pratica quotidiana, esattamente quella solidarietà e quella cura della Casa comune che il Pontefice pone come argine al paradosso.
Leggere la Lettera Enciclica del Papa, a prescindere dal proprio credo, è un importante richiamo alla grande sfida che attende ognuno di noi e cioè far sì che i risultati che, grazie all’intelligenza artificiale. potremo ottenere si concretizzino in un reale progresso, inteso nel suo significato più vero quale sviluppo verso forme di vita più elevate per tutti, attraverso l’avanzamento della scienza, della tecnica e dell’organizzazione sociale

