Benessere fisico e accesso alle cure

Benessere fisico e accesso alle cure

Il ruolo delle figure di tutela Convegno La tutela delle persone in sanità – Bologna, 8 maggio 2026 – Associazione Diritti senza Barriere

La fragilità come punto di partenza

La fragilità non toglie dignità. Questo lo sappiamo tutti. Ma può togliere diritti, se nessuno li protegge. E quando una persona non riesce più a orientarsi tra scelte, firme, percorsi sanitari e decisioni che pesano, il rischio non è soltanto quello di sbagliare: è quello di essere lasciata indietro. È in quel momento che le figure di tutela diventano decisive, perché impediscono che qualcuno venga dimenticato proprio quando avrebbe più bisogno di essere accompagnato.

Nel nostro ordinamento, tutela, curatela e amministrazione di sostegno rispondono a questa esigenza con strumenti diversi. La tutela e la curatela intervengono quando l’autodeterminazione non è più possibile o è scemata e garantiscono una rappresentanza piena (artt. 424 ss. c.c.). L’amministrazione di sostegno, invece, è costruita intorno alla persona: è flessibile, proporzionata, pensata per sostenere ciò che resta della capacità, non per annullarla (artt. 404–412 c.c.). La legge sul consenso informato ricorda che la volontà appartiene sempre alla persona e che chi la rappresenta può accompagnarla, chiarire, proteggere, ma non sostituirsi a lei (L. 219/2017).

La voce della giurisprudenza

Questi non sono principi astratti. La giurisprudenza li ha ribaditi con forza: l’amministrazione di sostegno non può trasformarsi in un potere sostitutivo e deve rispettare la volontà della persona; non può limitare la libertà personale senza una motivazione rigorosa e proporzionata; non può decidere un collocamento in struttura senza un consenso reale o un provvedimento specifico e motivato del giudice tutelare. E soprattutto, la persona fragile deve essere ascoltata, perché la sua voce è parte integrante della misura di protezione. Anche la funzione dell’amministratore è stata chiarita: non è un gestore patrimoniale, ma un garante del benessere complessivo della persona (Cass. civ., ord. 8088 2024, 14689 2024, 1396 2026, 5088 2025, 18549 2025, ord. 7414 2024 Ric. Cedu 46412 2021, 32219 2023).

Una società che invecchia, un sistema che fatica

Oggi però la fragilità non è più un’eccezione. È diventata una condizione sociale diffusa. L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e questo significa che sempre più persone avranno bisogno di percorsi sanitari complessi, continuità assistenziale, orientamento, protezione. La fragilità non è più un evento improvviso: è una fase della vita che riguarda tutti noi, direttamente o indirettamente.

Il problema è che il sistema sanitario non riesce a stare al passo. Le differenze territoriali creano disuguaglianze profonde. Le liste d’attesa trasformano la cura in un percorso a ostacoli. La burocrazia rallenta, confonde, scoraggia. E mentre la sanità pubblica arretra, quella privata avanza, ma senza garantire uniformità, continuità, controllo. Per una persona fragile, tutto questo significa una doppia esclusione: economica e clinica.

Quando la tutela è l’unico punto fermo

In questo scenario, le figure di tutela diventano spesso l’unico punto fermo. Sono loro che tengono insieme i pezzi, che parlano con i medici, che chiedono chiarimenti, che vigilano sulle dimissioni, che attivano i servizi, che impediscono che la persona venga travolta da un sistema che non è pensato per chi non ha voce.

Ma le criticità emergono proprio quando la tutela non funziona come dovrebbe. Un decreto generico, che non chiarisce chi deve fare cosa, lascia tutti senza orientamento. L’amministratore non sa quali decisioni può assumere, i servizi non sanno a chi rivolgersi, gli operatori sanitari non hanno un referente certo. E quando la nomina arriva tardi, la persona fragile rimane sospesa in un vuoto operativo: saltano visite, si firmano consensi senza comprenderli, si ricevono dimissioni senza che nessuno abbia predisposto la continuità assistenziale.

A questo si aggiungono i conflitti tra famiglie e figure di tutela, che nascono spesso quando l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti economici. In quei casi la fragilità diventa terreno di scontro e la persona rischia di essere trattata come un patrimonio da amministrare, non come un essere umano da accompagnare.

E quando tribunale, servizi sociali e sanità non dialogano, il vuoto si allarga. Il tribunale emette un decreto che i servizi non conoscono, l’ospedale dimette senza avvisare nessuno, i percorsi si interrompono perché nessuno tiene il filo. È in questi spazi di disconnessione che la persona fragile si perde. Non per mancanza di norme, ma per mancanza di coordinamentoAnche l’Europa ci richiama alla responsabilità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per aver limitato la libertà personale di un amministrato di sostegno ricoverato contro la sua volontà e senza adeguate garanzie. Altre sentenze Lituania hanno stabilito che il collocamento in struttura senza consenso può costituire una vera e propria privazione di libertà.

A questo quadro si collega un tema delicatissimo: il TSO. Il trattamento sanitario obbligatorio è uno strumento eccezionale, pensato per situazioni di grave rischio e regolato da garanzie molto precise. Ma quando la persona fragile non ha una figura di tutela forte, il confine tra necessità clinica e comodità organizzativa può diventare pericolosamente sottile.

La misura, dopo l’intervento della Corte Costituzionale (sent. 76 2025) e con tutte le evidenti criticità, non può essere disposta senza che la persona venga informata, ma neppure può essere fondata su motivazioni generiche. Richiede un accertamento individuale, un ascolto reale della persona e una verifica rigorosa da parte del giudice, perché la vulnerabilità non può diventare un automatismo né un alibi per ricorrere a strumenti che limitano la libertà personale senza un controllo effettivo (Cass. 14258 2022, 3660 2020, 22177 2019, 10423 2019, 53600 2014)

Quando la fragilità viene trascurata

Sappiamo bene cosa accade quando le persone fragili vengono trascurate. Accade che vengano lasciate in strutture dove nessuno le ascolta più, dove la solitudine diventa routine, dove la cura si riduce a un gesto tecnico e non a una relazione. Accade che nessuno si accorga se hanno paura, se soffrono, se vengono trattate con durezza o con indifferenza. Accade che gli abusi non siano sempre violenza fisica, ma omissioni, silenzi, mancanza di attenzione, mancanza di tempo.

E quando manca una figura di tutela forte, presente, competente, tutto questo diventa possibile. Diventa possibile che una persona venga spostata senza essere consultata, ricoverata contro la sua volontà, sedata per comodità, lasciata in un letto senza che nessuno si chieda cosa desideri davvero.

Una riforma necessaria e un compito comune

Oggi, mentre si discute una riforma dell’amministrazione di sostegno che punta a rafforzare l’ascolto della persona, a definire meglio i poteri dell’amministratore e a garantire controlli più trasparenti, diventa evidente che la fragilità non è un fatto privato, ma una questione pubblica. Le figure di tutela non sono più ruoli marginali: sono vere e proprie professioni che richiedono competenza giuridica, sensibilità umana, capacità di mediazione, conoscenza dei percorsi sanitari, lucidità e presenza costante. Non possono essere improvvisate, perché da esse dipende la qualità della vita — e a volte la libertà — delle persone più fragili.

Il nostro compito, allora, non è solo applicare una norma. È custodire un equilibrio delicatissimo: tra protezione e rispetto, tra accompagnamento e autonomia, tra cura e controllo. Un equilibrio che si spezza facilmente quando una persona smette di essere guardata negli occhi e diventa un fascicolo.

Il senso della tutela è garantire che ogni decisione abbia al centro la persona, la sua storia, i suoi desideri, la sua dignità. Perché la fragilità non è una colpa. È una responsabilità. Di tutti noi.

 

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