Bulli e Pupe
Il nostro mondo ha subito una serie di scossoni che hanno sradicato tutta una serie di convenzioni e trattati ritenuti acclarati ed universali.
Ormai molti di noi sono rassegnati a vedere sovvertite, calpestate e ignorate molte delle convenzioni che purtroppo, spesso, vengono citate a vanvera come ad esempio la “Convenzione di Ginevra”, che dovrebbe contribuire a definire i comportamenti bellici e cercare di limitare i cosiddetti “danni collaterali” sulle popolazioni civili.
In realtà le “Convenzioni di Ginevra”, solo per quanto attiene i comportamenti nei teatri bellici, sono ben quattro e, nelle varie versioni, dal 1864 ad oggi hanno rappresentato un chiaro riferimento tra quanto sia lecito e cosa non lo sia, costituendo un monito e un freno alle barbarie.
Nello specifico, tra i documenti aggiornati nel 1949, la Quarta convenzione è dedicata alla protezione della popolazione civile nei conflitti.
Tali indicazioni sono stati ormai definitivamente e irrimediabilmente destituiti di ogni validità.
Lo erano già, nell’indifferenza generale, nei conflitti locali africani dove le violenze e le rappresaglie sulle popolazioni civili erano non solo la norma ma addirittura il principale strumento di coercizione di massa per assoggettare le popolazioni.
Per non parlare, poi, dell’atroce fenomeno dei soldati bambini: adolescenti rapiti e condizionati ad uccidere e farsi uccidere attraverso vari tipi di lavaggio del cervello, attuato con violenza e droghe.
La scusante era il contesto: quelle non erano “guerre” ma conflitti locali ….
Infatti, il “mondo occidentale” era convinto di essere immune da tali barbarie almeno fino agli ultimi anni in cui la guerra in ucraina e la situazione palestinese hanno confermato nel modo più tragico che le guerre, simmetriche o asimmetriche che siano, ormai senza alcuna differenza, vedono nella popolazione civile non più un danno collaterale ma, spesso, uno degli obbiettivi delle azioni di guerra.
In questo panorama i “bulli”, e sono molti, agiscono alla luce del sole in barba a tutte le regole mentre l’Europa si illude di avere ancora un ruolo determinante e le nostre “pupe” cercano di fare la voce grossa non capendo che sta diventando sempre più evidente che l’unico potere valido è quello che il grande Enrico Cuccia espresse in maniera cristallina: la “legge dell’articolo cinque; chi ha i soldi vince!”
E su questo tutti, a partire da Trump (ma non dimentichiamo i leader di Cina, Nord Corea, Russia, Iran, Israele, ecc.), non hanno alcun dubbio.
Questo concetto è molto importante anche quando si tenta di ripristinare gli equilibri economici, ormai pesantemente compromessi, emettendo dei vincoli come l’obbligo di utilizzare una elevata percentuale di componenti locali (europei) nelle auto.
Tale vincolo però, è si una discriminante, ma solo per poter ottenere delle agevolazioni oppure si sceglie di tassare i prodotti derivanti da politiche ambientali scorrette di molti paesi come Cina e India con la CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), applicabile dal primo gennaio di quest’anno, ai settori con prodotti altamente energivori come cemento, acciaio, ferro, alluminio, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno e si dimentica che tali tassazioni non valgono per i prodotti derivati.
In tal modo si danneggiano proprio quelle industrie europee che avrebbero utilizzato tali materie prime, agevolando così le industrie straniere che li usano per trasformarli in prodotti finiti che non subiscono tale tassazione.
D’altra parte anche Trump non ha penalizzato solo l’importazione di acciaio o alluminio ma anche delle auto, dei mezzi di trasporto commerciali e degli elettrodomestici.
Sembrerebbe quasi che le nostre “pupe” comunitarie non capiscano o, più facilmente non vogliano capire che se si continuano ad applicare politiche monetarie e industriali, obsolete e rigide, l’ipotesi di desertificazione industriale non è solo uno spauracchio utilizzato dal presidente di Confindustria Orsini per ottenere delle facilitazioni o dei contributi ma una concreta possibilità molto reale.
Pare, infatti, che quanto accaduto nel settore automotive non ci abbia insegnato assolutamente nulla, ma forse la desertificazione industriale è effettivamente gradita a chi ritiene che le industrie inquinano e sporcano.
In un panorama di “pupe” rigidamente legate alle regole fissate in tempi completamente differenti parrebbe che solo il nostro governo e la premier Meloni abbiano una prospettiva maggiormente realistica, speriamo che siano ascoltati, altrimenti per l’Europa e il nostro Paese le prospettive future non paiono assolutamente rosee.

