Il pollaio del potere
Tra politici che litigano e una comunità di ignavi, il sistema crolla…
Il cortile
Nel pollaio del potere il rumore è continuo, quasi ipnotico: beccate, fruscii, colpi secchi che rimbalzano sulle pareti come un’eco stanca. Politici e amministratori si muovono nervosi, guardinghi, pronti a ostacolarsi per riflesso, per abitudine, per istinto.
Non fanno e non lasciano fare.
È un moto perpetuo di piccoli sabotaggi, un teatro di rivalità che non produce nulla, mentre la casa intorno geme, scricchiola, avverte. E loro niente. Continuano a beccarsi, come se il mondo fuori non esistesse, come se il crollo fosse solo un rumore di fondo.
La casa che cede
Fuori dal pollaio, la realtà non ha pazienza. La giustizia rallenta fino a diventare un labirinto che inghiotte speranze. La sanità si assottiglia come una coperta bucata che non scalda più nessuno. La sicurezza, quella vera, quella che dovrebbe essere un diritto, viene trattata come un accessorio da tirare fuori solo quando serve una foto, un titolo, un applauso.
Le strade si sgretolano, i territori chiedono protezione, le persone cercano risposte che non arrivano. E chi dovrebbe governare sembra vivere altrove, in un mondo dove la priorità non è risolvere i problemi, ma impedire che qualcun altro li risolva. Non costruiscono, non collaborano, non cercano soluzioni: inceppano, rallentano, sabotano. Ogni decisione diventa un duello, ogni scelta un pretesto, ogni problema un’arma.
Lo sguardo della gente
La gente vede tutto. Lo vede con una nitidezza che fa male, come una luce troppo forte negli occhi. Lo commenta, lo riconosce, lo capisce. Eppure resta ferma… per ignavia.
Un’ignavia che nasce dalla resa. Una stanchezza che diventa postura, un egoismo di sopravvivenza che porta ognuno a chiudersi nel proprio guscio, a pensare ai propri casi, alla propria piccola isola. È come se occuparsi degli altri fosse diventato un lusso, un rischio, un peso.
Non è solo disinteresse: è un abbandono lento, silenzioso. È la voce che sussurra sempre la stessa frase, come un ritornello che non si riesce più a spegnere: “tanto non cambia nulla”.
E così la scena si ripete, giorno dopo giorno: chi dovrebbe guidare non guida, chi potrebbe pretendere non pretende e i problemi veri restano lì, fermi, a marcire sotto il sole.
La domanda che brucia
E allora arriva, inevitabile, la domanda che punge, che scotta, che non lascia tregua: dove si trovano le persone responsabili? Ce ne sono ancora? Perché a guardarsi intorno sembra che la responsabilità non sia diventata una rarità: si sia estinta. Svanita come certe specie che non hanno retto al cambiamento del clima morale. Eppure, se si guarda bene, da qualche parte ne esistono ancora. Sono figure silenziose, quasi invisibili, che non cercano palcoscenici e non si perdono nei giochi di ruolo. Sono quelle che ascoltano davvero, che osservano senza pregiudizi, che capiscono senza urlare.
Sono poche, pochissime. Ma quando emergono, anche solo per un attimo, l’aria cambia. La scena si ricompone. La realtà torna al centro, come se qualcuno avesse finalmente riacceso la luce.
Il cortocircuito
Il problema è che queste persone non vengono cercate, né chiamate, né valorizzate. Restano ai margini mentre il pollaio del potere continua a litigare, a beccarsi, a consumarsi. Chi dovrebbe guidare non guida. Chi potrebbe reagire non reagisce. E tutto resta sospeso, come se la decadenza fosse diventata una normalità accettabile.
La giustizia inciampa nei suoi stessi ritardi. La sanità perde pezzi come una barca che imbarca acqua. La sicurezza viene evocata solo quando serve un effetto scenico. E la comunità si assottiglia, si svuota, si indebolisce, come un corpo che ha smesso di nutrirsi.
La possibilità
Eppure, nonostante tutto, una via d’uscita esiste. Non nasce dalle risse da cortile, né dalle rivalità, né dalle gare di prestigio. Nasce da quelle poche persone che hanno ancora il senso della realtà. Da chi non si lascia distrarre dal rumore. Da chi non cerca di apparire, ma di servire. Da chi sa che una comunità non si governa bloccando gli altri, ma costruendo insieme.
Sono loro la possibilità. Sono loro la risposta alla domanda che brucia. Sono loro la prova che la responsabilità non è morta: è solo nascosta, soffocata, ignorata.
La responsabilità
Alla fine, tutto si riduce a questo: responsabilità. Non quella proclamata, ma quella praticata. Quella che non ha bisogno di palcoscenici, né di slogan, né di litigi da pollaio. Quella che si misura nei fatti, nelle scelte, nella capacità di vedere ciò che davvero conta.
Perché una comunità non si salva con le beccate. Si salva con la responsabilità. E la responsabilità, oggi, è l’unica cosa che può davvero cambiare le cose.

