Nel respiro del bosco Il Cammino che cura
Intervista a Michele Merenda Filosofia Sentieri e il potere terapeutico del verde
Michele, partiamo dalle tue radici. Chi sei e da dove vieni?
«Sono nato a Catania nel 1976, ma sono cresciuto a Salina, la più verde delle Eolie. È lì che ho imparato a guardare il mondo: attraverso il vento, i sentieri, il mare, la montagna. Oggi vivo a Milano, dove lavoro come insegnante e porto avanti progetti legati al benessere e alla natura. Salina resta la mia casa dell’anima, il luogo dove torno per le escursioni; ma al momento la mia vita quotidiana si svolge per buona parte qui, in città».
Hai avuto una vita professionale molto varia prima di diventare guida. Cosa ti ha portato fin qui?
«Ho studiato Filosofia, ho fatto il giornalista, ho vissuto a Londra, ho scritto di musica, ho lavorato per anni nei trasporti pubblici della mia isola. Ma la natura continuava a chiamarmi. Era un richiamo fisico, quasi inevitabile. La montagna era un hobby, poi un secondo lavoro, poi il filo che ha unito tutto: il mio modo di insegnare, di ascoltare, di accompagnare. Non mi sono mai pentito, nemmeno nei momenti più difficili. Camminare è diventato il mio modo di stare al mondo».
Cosa significa per te accompagnare le persone in un trekking? Cosa offri ai tuoi camminatori?
«Nel trekking non accompagno semplicemente delle persone lungo un sentiero. Accompagno emozioni, idee, impressioni, accompagno sguardi. Mi piace far vedere ciò che spesso non si vede più: una pianta che racconta un clima, una pietra che parla di un vulcano, un profumo che cambia con l’altitudine. E poi c’è la mitologia, che per me è un modo di dare voce ai luoghi: gli dei, gli eroi, le leggende che spiegano perché una valle ha quel nome o perché un vento soffia in un certo modo. E c’è la vita quotidiana, quella vera, quella delle isole: le storie dei contadini, dei pescatori, delle famiglie che hanno abitato e creato quei sentieri molto prima che diventassero “percorsi escursionistici”. Racconto la mia terra con ciò che so — storia, botanica, mitologia, vita vissuta — ma soprattutto con ciò che sento.
Quello che cerco di dare ai camminatori è un modo diverso di stare nel paesaggio. Un ritmo più lento. Una presenza più piena.
E nel Forest Bathing? Cosa cambia rispetto al trekking?
«Il Forest Bathing è un’altra dimensione. Nel trekking il paesaggio lo cogli con gli occhi. Nel Forest Bathing grazie al respiro. È un’immersione lenta, sensoriale, profonda. Non è meditazione (non solo, comunque), non è psicologia, non è sport. È un rituale naturale che ti rimette in contatto con ciò che sei.
Invito a toccare la corteccia, a sentire l’odore del verde, a percepire la presenza degli alberi come se fossero compagni di viaggio. Il bosco rilascia sostanze che stanno alla base degli oli essenziali, i monoterpeni, che non si vedono, ma si sentono: sono parte di un linguaggio antico, più dell’uomo stesso, grazie al quale le piante comunicano tra loro e che il corpo riconosce subito. Il loro contatto, infatti, ci crea relax e benessere. Propongo esercizi di respirazione, movimenti spontanei, attività creative. Ma senza imporre nulla. Se imponi uno schema, non si stacca la spina.
Quello che cerco di dare è spazio: spazio per ascoltare, per sentire, per lasciarsi attraversare dal bosco. La natura fa il lavoro. Io creo solo le condizioni perché accada».
Molti non sanno come sia nato il Forest Bathing. Ce lo racconti tu?
«Il Forest Bathing nasce in Giappone, all’inizio degli anni Ottanta. Il Paese stava vivendo un periodo di stress collettivo: città enormi, ritmi di lavoro insostenibili, persone che si ammalavano di ansia e stanchezza cronica. Si capì che serviva un modo semplice e naturale per riportare equilibrio. Così nacque lo Shinrin-yoku, che significa letteralmente “bagno di foresta”, cioè immergersi nell’atmosfera della foresta. Il termine lo coniò nel 1982 Tomohide Akiyama, direttore dell’agenzia forestale giapponese. Non era una filosofia astratta: era una vera e propria politica di salute pubblica, di cui peraltro si poteva trovare traccia già nelle pratiche di altre culture ed epoche, persino del medioevo europeo. Gli scienziati iniziarono a studiare cosa accadeva al corpo quando ci si immergeva in un bosco. Scoprirono quindi che gli alberi rilasciano queste sostanze benefiche e che anche grazie a loro il ritmo cardiaco rallenta, che gli ormoni dell’adrenalina rimangono bassi, che il sistema immunitario si rafforza. Ne prese atto anche il governo giapponese, che cominciò a finanziare le imprese affinché i dipendenti svolgessero regolarmente queste sessioni.
Da lì, la pratica si è diffusa in tutto il mondo. Ma la sua essenza è rimasta la stessa: tornare a ciò che siamo, attraverso ciò da cui veniamo».
Il cratere del Monte Fossa delle Felci è uno dei tuoi luoghi simbolo. Cosa succede lì?
«Succede una cosa che non si dimentica.
Quando porto i camminatori sul cratere, chiedo sempre un momento di silenzio. Non un silenzio imposto, ma un silenzio che nasce da sé. È come se il paesaggio lo suggerisse da solo. Lì, tra mare e cielo, accade qualcosa di semplice e potente: le persone si fermano davvero. Si guardano intorno come se fosse la prima volta. Respirano più profondamente. Si accorgono di essere parte di quel luogo. È uno dei momenti più belli del mio lavoro: vedere qualcuno che, senza che io dica nulla, si lascia attraversare dalla montagna. È un silenzio che cura».
La Festa della Montagna è un appuntamento importante per te. Perché?
«Perché è un rito collettivo. Un momento in cui l’isola si riconosce, si ritrova, si racconta. Purtroppo ho dovuto saltare gli ultimi appuntamenti, che in genere si svolgono in primavera e autunno, ma quando ero sull’isola organizzavo in concomitanza delle escursioni speciali.
È sempre stato un modo per restituire qualcosa alla mia terra. E per ricordare che la montagna non è un luogo da conquistare, ma da abitare con rispetto».
Parlami del tuo progetto a Milano. Cosa stai costruendo lì?
«Milano è diventata la mia seconda casa e allo stesso tempo il mio nuovo laboratorio. È una città che corre, che produce, che consuma energie. Ma è anche una città che ha un bisogno enorme di rallentare.
Il mio progetto nasce proprio da questo: portare il bosco in città.
A Milano lavoro soprattutto in due luoghi, che amo molto: il Parco Sempione e il Parco Lambro. Sono spazi diversi, quasi opposti: il Sempione è un polmone nel cuore della città, vivo, attraversato, pieno di storie; il Lambro è più selvatico, più ampio, più silenzioso, dove scorre l’acqua, un luogo dove il verde si riprende i suoi spazi. Lì propongo camminate lente, Forest Bathing urbano, esercizi di respirazione, momenti di ascolto e di creatività. Aiuto le persone a scoprire che anche in città esiste un ritmo naturale, basta saperlo cercare.
Il lavoro di insegnante mi ha – scusando il gioco di parole – insegnato molto sull’ascolto, sulla presenza, sulla capacità di accogliere le persone nei loro ritmi e nelle loro fragilità. Tutto questo confluisce nel progetto milanese: non è un metodo rigido, ma un invito a rimettere insieme i pezzi, a ritrovare un ritmo più umano, a sentire che la natura non è lontana, non è altrove. È qui e ci aspetta».
E proprio a Milano hai avviato “Respiri e Racconti”. Di cosa si tratta?
«Respiri e Racconti è un percorso che unisce Forest Bathing, cammino lento e scrittura creativa. Nasce dall’idea che, quando il corpo rallenta e il respiro si fa più ampio, anche le parole cominciano a muoversi in modo diverso. Camminiamo tra gli alberi, raccogliamo immagini, frammenti, sensazioni. E poi, quando la mente è più aperta, arriva la scrittura: non come esercizio tecnico, ma come gesto naturale. La scrittura creativa, in questo contesto, diventa un ponte: permette di dare forma a ciò che la natura ha smosso, di trasformare un sentiero in una storia, un profumo in un ricordo, un silenzio in una pagina.
Ogni incontro ha un tema diverso e un luogo diverso. A volte lavoriamo tra gli alberi del Parco Sempione, altre volte nel verde più selvatico del Parco Lambro, altre ancora nel silenzio sospeso di Boscoincittà. È un percorso che non promette soluzioni, ma offre possibilità. Non dà risposte, forse suggerisce qualche domanda, ma senza stress. È un cammino che cura perché permette di ascoltarsi davvero».
Continui anche a scrivere. Che ruolo ha la scrittura nella tua vita?
«La scrittura è un altro modo di camminare. Ho pubblicato poemetti, racconti, un romanzo ironico sul dialetto eoliano. Ho altri lavori nel cassetto, come una raccolta di racconti sul mare in attesa di valutazione.
Scrivere mi permette di fermare ciò che la natura mi insegna. È un dialogo continuo tra fuori e dentro».
Se dovessi riassumere il tuo lavoro in una frase?
«Aiuto le persone a ritrovare la loro natura… attraverso la natura».


Ciò che ho avuto il piacere di leggere,mi ha colmato di gioia; conosco tutte le grandi capacità di Michele e le condivido tutte : Michele è una persona speciale! Prosit , ad maiora ❤️❤️❤️💋
Grazie mille 🙂❤️
Perfettamente d’accordo con l’autore
Ho avuto la fortuna di fare una esperienza sensoriale, e, direi, filosofica con lui a Salina, ed è stata una autentica immersione (sorprendente) nella natura, ma anche nella storia e nel mito delle Isole
Le vibrazioni che ci giungono dalla foresta, quando cerchiamo di metterci in sintonia con essa, ci fortificano e soprattutto ci riequilibrano, fino a curarci
D’altronde il nostro “essere” proviene ed ha millenni di adattamento all’ambiente naturale, per cui tornarci scientemente ha un pò il senso della rinascita, fisica e spirituale
Credo che prima o poi scopriremo scientificamente l’energia che ci viene dalla natura, per ora, da medico ignorante, ma appassionato, continuo a chiamarle affettuosamente “good vibration”…😉😁👋
Bellissima testimonianza, grazie davvero per queste parole così appassionate e sincera, grazie per questi pensieri che toccano l’anima del discorso… e anche delle persone 🙂