Il controllo di gestione quale competenza dei commercialisti

Il controllo di gestione quale competenza dei commercialisti

Porre in contrapposizione la figura del controller con quella del Commercialista è un errore di forma e sostanza

Negli ultimi tempi, scorrendo i social network, capita di imbattersi in post e commenti in cui alcuni consulenti si definiscono “controller” e spiegano che si occupano di tematiche di consulenza aziendale che, a loro dire, i commercialisti non tratterebbero.

Questa narrazione, pur alimentata spesso da esigenze di posizionamento e comunicazione, finisce per consolidare nell’immaginario collettivo l’idea che il commercialista sia ancora, principalmente, il “professionista delle tasse”, il tecnico degli adempimenti e della contabilità.

Una rappresentazione riduttiva, che contrasta con quanto avviene nella realtà e rischia di creare inutili contrapposizioni in un momento nel quale, per tutto ciò che sta avvenendo, le PMI italiane necessitano in modo particolare di attenzione e supporto.

La riforma dell’articolo 2086 del codice civile, ad esempio, come riscritto nell’ambito del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, ha posto al centro dell’attenzione il tema degli “assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati” alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della tempestiva rilevazione della crisi e della perdita della continuità aziendale. Non si tratta soltanto di un adempimento formale, ma di un vero cambio di paradigma: l’imprenditore è oggi chiamato a dotarsi di un sistema strutturato di governo, che consenta di monitorare costantemente l’equilibrio economico, finanziario e patrimoniale, leggendo i segnali di vulnerabilità prima che si trasformino in crisi conclamata.

In questo contesto, il controllo di gestione assume, ovviamente, un ruolo centrale. Non è più – se mai lo è stato – un lusso per grandi imprese, ma un tassello essenziale di quegli assetti che il legislatore pretende adeguati e funzionanti. Strumenti di budget, analisi degli scostamenti, proiezioni di cassa, indicatori di performance e di allerta diventano indispensabili per collegare la strategia aziendale ai numeri e per verificare, in modo continuativo, la sostenibilità delle scelte.

Tuttavia, il controllo di gestione non può vivere in una bolla: deve dialogare con la contabilità generale, con il bilancio, con la pianificazione fiscale, con la struttura organizzativa e con gli obblighi informativi verso stakeholder e autorità.

È in questa integrazione che viene valorizzato il ruolo del Commercialista

Ed infatti proprio l’ODCEC di Milano è stato promotore e coordinatore della UNI/PdR 167:2025,che  delinea sotto il profilo tecnico gli elementi di un adeguato assetto organizzativo, amministrativo e contabile e tratta al proprio interno anche il tema del controllo di gestione.

È evidente, quindi, come la categoria non solo abbia colto la portata del nuovo quadro normativo, ma si sia fatta promotrice di strumenti di autoregolamentazione e qualificazione che vanno proprio nella direzione di rafforzare la cultura degli adeguati assetti e del controllo di gestione.

Qui entra in gioco la figura del commercialista nella sua pienezza.

Per formazione universitaria e percorso abilitante, il commercialista conosce non solo la dimensione contabile e tributaria, ma anche l’economia aziendale, la finanza, l’organizzazione e gli strumenti di controllo.

La sua attività quotidiana lo pone in una posizione privilegiata: è spesso il primo interlocutore dell’imprenditore, ne conosce la storia, le dinamiche economiche, i progetti e le fragilità.

Questo rapporto di prossimità e fiducia gli consente di avere una visione complessiva dell’impresa, che va ben oltre la somma dei singoli adempimenti e che lo abilita a leggere i numeri in chiave strategica.

A differenza delle attività professionali non regolamentate, tra cui rientrano anche le figure di chi opera nel controllo di gestione ai sensi della Legge 4/2013, la professione di commercialista è esercitabile solo previa iscrizione a un ordine professionale e a un albo pubblico, con requisiti di titolo di studio, tirocinio, esame di Stato, formazione continua e rispetto di un codice deontologico.

Questo comporta un sistema di garanzie per le imprese: responsabilità disciplinare, obbligo di aggiornamento, copertura assicurativa, vigilanza da parte di organi istituzionali. Non è un elemento di “gerarchia” nei confronti di consulenti, ma un dato oggettivo che distingue una professione regolamentata da un’attività non ordinistica.

La polemica della contrapposizione nasce, in buona misura, solo da alcune narrazioni che cercano di enfatizzare la distanza fra ciò che fa il controller e ciò che “non farebbe” il commercialista. È una dinamica assolutamente fuorviante se guardiamo alla sostanza delle competenze e dei ruoli.

In realtà,  moltissimi commercialisti – spesso con un’impostazione aziendalistica marcata – si occupano di budget, pianificazione, analisi degli indici di crisi, assetti organizzativi e sistemi di reporting gestionale. Il fatto che non tutti gli iscritti svolgano queste attività non significa che non appartengano alla professione; semplicemente, come in ogni categoria ampia, esistono aree prevalenti di attività.

Il ruolo del commercialista, va, inoltre,  sottolineato, è spesso silenzioso, perché non sempre raccontato fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, ma nella grande maggioranza dei casi, è il commercialista che si fa carico di tradurre il lessico del legislatore in procedure operative, di spiegare all’imprenditore perché gli “adeguati assetti” non sono una moda, ma una necessità per salvaguardare la continuità aziendale, di predisporre cruscotti e indicatori che consentano scelte consapevoli e tempestive. Questa azione non si esaurisce nella dimensione tecnica: è anche un lavoro culturale, che guida il passaggio da una gestione puramente reattiva a una gestione realmente proattiva.

Alla luce di questo scenario, la contrapposizione tra “chi fa controllo di gestione” e “il commercialista che non lo farebbe” appare più come un artificio retorico che come una reale linea di confine. La vera distinzione non corre tra etichette professionali, ma tra chi è in grado di offrire una visione integrata dell’impresa – numeri, organizzazione, norme, rischio, strategia – e chi si limita a una dimensione parziale.

Il commercialista, per posizione istituzionale, per storia professionale è naturalmente chiamato a occupare questo spazio di integrazione, anche in sinergia con altre figure specialistiche.

E’, quindi, opportuno stare alla larga e diffidare da tutti quei consulenti che invece che valorizzare le proprie competenze preferiscono svilire il ruolo del Commercialista che assiste l’impresa invece che dialogare con lui.

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