Il contraddittorio come misura di chi lo pretende
Il diritto di critica non tollera reciprocità selettiva
Della vicenda giudiziaria che ruota attorno all’attentato di Campo Ascolano non intendo occuparmi. Vi è un procedimento in corso, vi è una Procura che vi attende, e vi è un dato processuale che va ribadito con nettezza: per quanto noto Sigfrido Ranucci non è indagato ed è, allo stato, persona offesa. Su questo terreno ogni valutazione che non sia quella dell’Autorità giudiziaria è, per definizione, prematura.
Ciò che merita riflessione è altro, e attiene a un piano che nulla ha a che vedere con il diritto penale: il piano della condotta pubblica e della coerenza deontologica.
Per quasi vent’anni Ranucci ha esercitato un mestiere che consiste, nella sua essenza, nel sottoporre altri al giudizio dell’opinione pubblica. Non discuto qui la fondatezza delle sue inchieste, che non ho interesse a sindacare. Osservo però che il metodo praticato ha conosciuto, con notevole frequenza, forme nelle quali il contraddittorio si è ridotto a elemento accessorio: l’accostamento suggestivo, la domanda formulata in modo da contenere già la risposta, l’accertamento che precede l’ascolto anziché seguirlo. Chi opera nel diritto sa quanto questa differenza pesi. Il contraddittorio non è una cortesia procedurale ma rappresenta la condizione stessa perché un accertamento possa dirsi tale.
Oggi le posizioni si sono invertite, e il risultato è istruttivo.
Alla critica, anche quando espressa in termini pacati e in sede di legittimo esercizio del diritto di opinione, si risponde con l’annuncio dell’iniziativa giudiziaria. La querela annunciata nei confronti della dott.ssa Clementina Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, per un intervento pubblicato sui social, ne costituisce l’esempio più eloquente. Si è replicato, altrove, con allusioni al possesso di informazioni riservate concernenti chi aveva mosso rilievi, secondo una tecnica che ha una sua lunga e poco onorevole tradizione e che non si commenta da sola soltanto perché a taluni pare normale. Si è infine reagito con l’evocazione di persecuzioni e con accostamenti, quello con Falcone e Borsellino, la cui sproporzione dovrebbe risultare evidente a chiunque conservi memoria di che cosa quei nomi significhino.
Nel medesimo torno di giorni, a difesa del proprio rapporto con le fonti, si è affermato che, potendo, si andrebbe a cena con Totò Riina. L’iperbole intendeva rivendicare la libertà di frequentazione professionale. Ma se la libertà di frequentare chiunque è principio da rivendicare per sé, essa non può trasformarsi in colpa quando a esercitarla siano altri. È esattamente qui che il ragionamento si incrina.
Il punto non è dunque stabilire chi abbia ragione nel merito. Il punto è che non esistono due statuti della critica; uno ampio, elastico e insindacabile quando la si esercita, e uno angusto, presidiato dalla minaccia della querela, quando la si subisce. Chi ha fatto della esposizione altrui al pubblico giudizio la propria ragione professionale non può invocare, per sé, un regime di immunità reputazionale.
Vi è, poi, un ulteriore rilievo su cui spendere qualche pensiero. Questa vicenda non è una questione politica e non deve essere ridotta a tale. Chi vi legge la conferma delle proprie appartenenze, la censura di un giornalista scomodo da un lato o la resa dei conti con un avversario dall’altro, ne fraintende la natura e ne impoverisce la portata. Che una parte politica trovi conveniente cavalcarla non rende meno fondati i rilievi deontologici; e, simmetricamente, la fondatezza di quei rilievi non autorizza alcuno a farne un trofeo. Sono piani distinti, e confonderli è il modo più sicuro per non comprendere nulla di quanto è accaduto.
La questione è di serietà, prima ancora che di regole. È questione di etica professionale, che non è un ornamento del mestiere ma la condizione stessa della credibilità di chi parla in nome dell’interesse generale. È questione di cultura, perché il servizio pubblico dovrebbe essere il luogo in cui la misura si insegna, non quello in cui la si smarrisce. Ed è, soprattutto, questione di rispetto e di protezione del pubblico: di quelle persone che davanti a un programma d’inchiesta ripongono una fiducia che nessun dato di ascolto giustifica da solo, e che hanno diritto di sapere con quale metodo, con quali fonti e con quali cautele si sia giunti a ciò che viene loro raccontato. Quando quel patto si incrina, il pregiudizio non ricade su un conduttore o su uno schieramento ma ricade su chi guardava.
Non vi è alcuna soddisfazione, in questa constatazione. Il giornalismo d’inchiesta è funzione preziosa in una democrazia matura, e il suo indebolimento è una perdita per tutti. Ma la sua autorevolezza non discende dal ruolo ma discende dal rigore, e il rigore si misura anzitutto sulla disponibilità a essere misurati.
Chi pretende il contraddittorio dagli altri deve accettarlo su di sé. Altrimenti non era contraddittorio ma era soltanto potere.

