Alice Cerutti ha restituito alla risaia il respiro naturale
Nel Vercellese, una cascina di famiglia diventa il punto di partenza di un progetto che unisce agricoltura, impresa e biodiversità
Perché custodire una terra significa anche immaginare ciò che potrà diventare.
Ci sono luoghi che ereditiamo senza averli davvero scelti. E poi ci sono momenti in cui comprendiamo che quell’eredità non è soltanto un bene da conservare, ma una responsabilità da assumere.
La storia di Alice Cerutti comincia proprio da qui, nelle campagne del Vercellese, a Crova, dove si trova Cascina Oschiena, una proprietà di famiglia acquistata dal nonno negli anni Cinquanta.
Nata e cresciuta a Torino, laureata in Economia e impegnata professionalmente nel marketing di una grande azienda, Alice non aveva inizialmente immaginato per sé un futuro nell’agricoltura. Eppure, avvicinandosi sempre più alla cascina, ha cominciato a riconoscere in quel luogo un potenziale diverso: non soltanto produttivo, ma ambientale e culturale.
Nel 2010 ha scelto di cambiare strada e di occuparsi direttamente dell’azienda. Per prepararsi a un mestiere nuovo ha studiato agricoltura frequentando i corsi serali dell’Istituto agrario di Vercelli. Una scelta concreta, che racconta un aspetto spesso trascurato delle storie imprenditoriali: la disponibilità a rimettersi in gioco, ad acquisire competenze e ad affrontare un settore senza dare nulla per scontato.
Una risaia può essere molto più di una risaia
Il riso è uno dei prodotti che più caratterizzano il paesaggio del Vercellese. Le distese d’acqua, le geometrie dei campi e il lavoro agricolo fanno parte dell’identità di questo territorio. Ma dietro un prodotto conosciuto e apprezzato si nasconde una domanda importante: come continuare a produrre senza impoverire l’ambiente da cui dipende la produzione stessa?
Alice e la sua famiglia hanno deciso di affrontare questa domanda ripensando il rapporto tra coltivazione e natura.
Il progetto è partito dal recupero degli argini alberati, una caratteristica che le ricerche storiche avevano permesso di ritrovare nella memoria della cascina. Sono stati piantati alberi lungo diversi chilometri di argini e una parte dei terreni è stata destinata alla creazione di un bosco. Successivamente, nel 2019, un quarto della superficie aziendale è stato riservato a un’oasi naturale, comprendente una zona umida.
Non si è trattato di abbandonare l’attività agricola, ma di ripensarla. La presenza di alberi, aree umide e habitat diversificati ha favorito il ritorno di insetti e altre forme di vita. Anche la scelta di coltivare varietà antiche di riso, adottando un approccio produttivo attento all’ambiente, è diventata parte di una strategia più ampia.
Tra i simboli di questo percorso c’è la pittima reale, un uccello migratore raro che ha trovato nell’area un importante sito di nidificazione.
La biodiversità, in questa esperienza, non è un elemento decorativo da aggiungere alla comunicazione aziendale. È una componente del progetto, da considerare nelle decisioni che riguardano l’uso del suolo, l’acqua e l’organizzazione delle coltivazioni.
La sostenibilità deve stare in piedi anche nei conti
C’è un aspetto della vicenda che merita particolare attenzione: un progetto ambientale, per durare nel tempo, deve essere sostenibile anche dal punto di vista economico.
L’azienda ha quindi affiancato alla produzione agricola altre attività: la commercializzazione del riso con un proprio marchio, i gruppi di acquisto, le visite in cascina e lo sviluppo di iniziative didattiche e culturali.
È una scelta imprenditoriale precisa. Diversificare significa non affidare tutto a un’unica fonte di ricavo e valorizzare le diverse risorse che un luogo può offrire. La cascina diventa così non soltanto uno spazio produttivo, ma anche un luogo in cui raccontare il territorio, avvicinare le persone all’agricoltura e far comprendere il legame tra le scelte quotidiane e gli equilibri naturali.
Anche l’esperienza della siccità del 2022 ha offerto un’indicazione interessante: secondo quanto raccontato da Cerutti, l’oasi ha contribuito a contenere gli effetti della carenza d’acqua. Un’esperienza che invita a considerare la tutela degli ecosistemi non come un costo estraneo all’impresa, ma come un investimento che può contribuire alla sua capacità di affrontare le difficoltà.
Naturalmente, ogni azienda ha condizioni e necessità differenti. Non esiste una formula valida per tutti. Ma questa storia mostra che la protezione dell’ambiente e l’attività economica non devono necessariamente essere obiettivi contrapposti.
Il valore di una scelta femminile
Alice Cerutti è stata selezionata da Slow Food tra le donne impegnate nella tutela della terra. Il suo percorso è interessante anche per un’altra ragione: non corrisponde all’immagine tradizionale di chi lavora in agricoltura.
Arriva da un’esperienza professionale urbana, ha una formazione economica e ha scelto di acquisire nuove competenze per guidare un’attività produttiva legata alla terra. Non ha semplicemente proseguito una tradizione familiare: ne ha riletto le possibilità, introducendo una diversa visione del rapporto tra impresa e territorio.
In un settore nel quale le donne hanno spesso dovuto conquistare visibilità e riconoscimento, rendere note queste esperienze significa ampliare il repertorio dei modelli professionali disponibili. Non per attribuire alle donne una particolare predisposizione naturale alla cura, ma per riconoscere il valore delle loro decisioni, della preparazione tecnica e della capacità di assumere responsabilità imprenditoriali.
È importante, inoltre, non confondere la valorizzazione del lavoro femminile con una narrazione tutta costruita sul coraggio individuale. Perché iniziative come questa possano moltiplicarsi, servono anche condizioni favorevoli: accesso al credito, formazione, infrastrutture adeguate, reti professionali e politiche capaci di sostenere chi investe nel futuro delle aree rurali.
Un’eredità che guarda avanti
La storia di Cascina Oschiena ci ricorda che il territorio non è uno sfondo immobile sul quale si svolgono le attività economiche. È un sistema vivo, fatto di persone, competenze, paesaggi, risorse e relazioni.
Un’impresa agricola può limitarsi a utilizzare ciò che trova oppure può interrogarsi su quale patrimonio lascerà a chi verrà dopo. La differenza non riguarda soltanto il metodo di coltivazione: riguarda il modo stesso di intendere l’attività imprenditoriale.
Alice Cerutti ha scelto di considerare la cascina non soltanto come una proprietà da gestire, ma come un luogo di cui assumersi la responsabilità. Il suo progetto dimostra che innovare non significa sempre introdurre qualcosa di completamente nuovo. A volte significa recuperare una conoscenza del passato, riconoscerne il valore e trasformarla in una possibilità per il futuro.
È forse questa la lezione più interessante della sua esperienza: un territorio cresce davvero quando chi lo abita e ci lavora riesce a creare valore senza consumare le risorse da cui quel valore nasce.
E quando una donna partecipa a questa trasformazione con competenza, visione imprenditoriale e autonomia decisionale, raccontare la sua storia significa anche dare visibilità a un modo diverso di fare economia.
Donne e territorio nasce proprio con questo obiettivo: incontrare donne reali, attraverso il loro lavoro, per capire come cambiano le comunità e quali possibilità si aprono quando competenze, impresa e responsabilità si incontrano.

