Ipocrisia automobilistica
La decarbonizzazione dei trasporti con l’automotive in testa non sta proseguendo come avrebbero voluto l’Europa.
Dopo una serie di fallimenti annunciati proposti, forse, solo per il piacere di portare avanti delle “belle idee”, senza alcuna possibilità che potessero approdare a progetti operativi prosegue l’opera di distruzione dell’industria automobilistica europea.
Infatti, dopo l’archiviazione di alcuni progetti, che già in partenza erano scientificamente improponibili, come gli “aerei elettrici”, altri comparti stanno facendo i conti con l’impossibilità di “elettrificare” alcuni settori energivori come, ad esempio, i trasporti pesanti.
Ad onor del vero i mass media e l’opinione pubblica, curiosamente, non citano i passi avanti e l’opportunità di motori endotermici oggi in grado di funzionare utilizzando idrogeno sia in miscela con metano che puro fatte da un paio di grandi aziende come Cummins e Toyota e Yamaha e Kawasaki nel mondo motociclistico.
Tali soluzioni utilizzano l’idrogeno, tal quale (sia liquido che gassoso), come carburante e senza tanti orpelli, come le fuel cells abbinate a sofisticati motori elettrici, eliminando l’uso di terre rare e altre soluzioni di alta tecnologia che oggi sono appannaggio quasi esclusivamente dei produttori cinesi.
Anzi, con tale soluzione ci libereremmo anche dei catalizzatori (che funzionano anch’essi con platino e/o terre rare) perché, secondo alcune sperimentazioni, tali motori, funzionando con “miscele magre” di idrogeno emetterebbero pochissimi ossidi di azoto.
Sarebbero l’alternativa alla generazione delle macchine diventate “verdi” solo perché “plug in” che come afferma una quotatissima rivista di settore sono tali solo “perché in base ai cicli di omologazione hanno la CO2 più bassa.”
Questo perché si presume, a priori, che tali macchine vengano utilizzate solo ed esclusivamente per brevi tratte tra una ricarica e l’altra, e non perché abbiano effettivamente ridotto le emissioni che tornano ad essere molto più alte nei viaggi medio lunghi o in assenza di ricariche elettriche.
Oggi si affaccia un’altra soluzione, molto comoda, ma assurda.
Sono le macchine “extended range elettriche” (dette anche EREV, Extended-Range Electric Vehicles, o REEV) veicoli a trazione 100% elettrica che integrano a bordo un piccolo motore a combustione interna (di solito a benzina) con l’unico scopo di fare da generatore di corrente.
In pratica funzionano a benzina (anche se è possibile fare una ricarica da colonnina elettrica dato che ci sono anche delle piccole batterie come sulle macchine plug in) producendo con il motore endotermico la quasi tutta la corrente utilizzata da motori elettrici per la trazione.
Dato che la trazione è solo elettrica l’auto, pur funzionando a benzina, diviene “un’auto elettrica”!
Come nel passato quando abbiamo denunciato l’impossibilità di attuare le “belle idee”, già citate, oggi ci domandiamo fino a quando si potranno sopportare delle soluzioni artatamente create per aggirare non solo le norme ma anche la logica.
Pare, infatti, incomprensibile come si possa sostenere che la soluzione REEV possa emettere meno CO2 ed essere meno costosa di una macchina a benzina di ultima generazione, non solo tenendo conto delle parti aggiuntive (l’alternatore per generare la corrente e i motori elettrici), ma anche delle pesanti batterie elettriche necessarie per compensare le richieste della trazione.
Certo, sarebbe un cambio di logica, ma restituirebbe un po’ di ossigeno e una prospettiva al settore automotive europeo.
Per tale motivo, forse, basterebbe che il Legislatore europeo esprima un po’ più di rispetto per le logiche ambientali vere ed essere un po’ meno accondiscendente per soluzioni che pur “comode” aumentano ancora di più la nostra dipendenza alle “soluzioni orientali” perché, guarda caso, le macchine REEV attualmente disponibili, pur importate e distribuite da un gruppo automobilistico europeo, sono ancora una volta cinesi.

