AI negli studi professionali: certamente più efficienza..ma!

AI negli studi professionali: certamente più efficienza..ma!

Dall’automazione delle attività ripetitive alla tutela dei dati dei clienti

Sicuramente l’utilizzo negli studi professionali italiani dell’AI accelera il lavoro, ma non può cancellare la responsabilità di chi firma. Negli studi legali, contabili e consulenziali italiani l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una previsione futuristica ed è diventata uno strumento di lavoro.

Aiuta a preparare bozze, analizzare documenti, classificare dati e velocizzare attività ripetitive. Ma mentre crescono le opportunità, aumentano anche i rischi: riservatezza dei clienti, errori, responsabilità professionale e divario tra studi che sanno governare la tecnologia e studi che la subiscono.
La domanda non è più se usare l’AI, ma come usarla senza svuotare il ruolo del professionista.

Un assistente, non un sostituto
Il beneficio più immediato riguarda il tempo. L’AI può occuparsi delle attività a basso valore aggiunto: estrarre informazioni da contratti, predisporre prime versioni di atti o comunicazioni, riepilogare documenti, verificare coerenze nei dati contabili, preparare tabelle e supportare le ricerche preliminari.
Per gli studi professionali significa poter dedicare più risorse a ciò che il cliente paga davvero: interpretare una norma, valutare un rischio fiscale, costruire una strategia difensiva, negoziare un contratto o consigliare un’impresa in una scelta complessa.

Una rilevazione citata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro indica che i professionisti vedono nell’AI soprattutto l’efficientamento dei processi, la capacità di gestire grandi quantità di dati e la riduzione degli errori nelle mansioni ripetitive.
Anche il Ministero del Lavoro riconosce che l’AI generativa può aumentare l’efficienza, accelerare i processi e liberare tempo per attività ad alto valore aggiunto.

Siamo ad un punto decisivo:

la tecnologia non dovrebbe servire soltanto a produrre di più, ma a produrre meglio.

Il vero vantaggio è la qualità del servizio

Per molti studi, l’AI può diventare un moltiplicatore di capacità. Un commercialista può analizzare più rapidamente flussi di dati contabili e individuare anomalie; un avvocato può organizzare grandi volumi documentali prima dell’analisi giuridica; una consulente del lavoro può standardizzare parte della documentazione e concentrarsi sui casi più delicati.
Il vantaggio non è soltanto interno. Se lo studio recupera tempo, può rispondere prima al cliente, offrire analisi più approfondite e rendere più trasparente il proprio lavoro. Per gli studi di dimensioni minori, inoltre, gli strumenti digitali possono ridurre parte dello svantaggio competitivo rispetto alle grandi organizzazioni, purché vi sia investimento in formazione e processi.

Ma ha mio personale parere è fondamentale una condizione: l’AI deve restare uno strumento di supporto.

La bozza generata da un modello non è un atto professionale; la sintesi automatica non è una consulenza; il calcolo assistito non è una certificazione. Il valore si crea quando il professionista verifica, corregge e assume la responsabilità del risultato.

Il lato fragile: dati, segreti e responsabilità

Il primo rischio è la riservatezza. Negli studi professionali circolano informazioni estremamente sensibili: bilanci, retribuzioni, contenziosi, dati personali, strategie d’impresa, documenti riservati. Inserirli in un chatbot pubblico o in una piattaforma non valutata può esporli a trattamenti non previsti, conservazioni indebite o persino al loro utilizzo per l’addestramento dei modelli.
Per gli avvocati il tema è ancora più delicato. La guida del Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa raccomanda di non inserire dati personali, riservati o riferibili ai clienti nelle interfacce dei sistemi di AI generativa, salvo che siano presenti adeguate garanzie.  Non è un dettaglio tecnico: tocca il segreto professionale e il rapporto di fiducia con il cliente.

Il secondo rischio è l’errore. I modelli generativi possono produrre testi plausibili ma sbagliati, citare fonti inesistenti, interpretare male una norma o trarre conclusioni non supportate dai documenti. In uno studio professionale, un errore del genere non è un inconveniente informatico: può diventare un danno per il cliente e una responsabilità per il professionista.
Proprio per questo la responsabilità non si trasferisce al software. L’uso dell’AI può cambiare il modo di lavorare, ma non elimina il dovere di controllo, diligenza e verifica del risultato finale.

Serve una governance, non solo entusiasmo

La differenza tra uno studio che usa l’AI in modo utile e uno che si espone a rischi sta nella governance. Non basta acquistare una licenza o sperimentare un chatbot: occorrono regole chiare su quali dati possono essere inseriti, quali strumenti sono autorizzati, chi può usarli e come vengono verificati gli output.
Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha pubblicato una guida operativa che propone proprio strumenti concreti: policy interne, checklist, registri dei sistemi di AI e clausole contrattuali, con attenzione a deontologia, privacy e protezione dei dati.  È un modello che può essere utile anche oltre la categoria dei commercialisti.
In pratica, ogni studio dovrebbe almeno:
•       Mappare gli strumenti di AI effettivamente utilizzati, compresi quelli integrati nei software gestionali.
•       Definire quali dati non possono mai essere inseriti nei sistemi non certificati o non valutati.
•       Prevedere una revisione umana obbligatoria prima dell’invio di documenti, pareri o comunicazioni al cliente.
•       Formare il personale su limiti, bias e rischi dei modelli generativi.
•       Informare il cliente, quando rilevante, dell’eventuale ricorso all’AI e delle garanzie adottate.
•       Conservare evidenze delle verifiche effettuate, soprattutto nelle attività con impatti legali, fiscali o patrimoniali.

Il rischio del professionista “confermatore”

C’è infine un rischio meno visibile, ma forse più profondo: la dipendenza cognitiva. Se l’AI propone sempre una risposta pronta, il professionista può essere tentato di limitarsi a confermarla. È una tentazione pericolosa, perché la consulenza non consiste nel ripetere ciò che un modello produce, ma nel saperlo contestare, contestualizzare e tradurre in una decisione concreta.
L’AI può accelerare la ricerca, ma non può decidere quale sia l’interesse del cliente. Può suggerire una clausola, ma non può valutare da sola il contesto contrattuale, il rapporto tra le parti e le conseguenze nel tempo. Può evidenziare un’anomalia contabile, ma non può sostituire il giudizio su cosa quella anomalia significhi.

Un’occasione, se governata bene

L’intelligenza artificiale rappresenta una vera occasione per gli studi professionali. Può ridurre il carico delle attività ripetitive, migliorare l’analisi dei dati e liberare tempo per una consulenza più strategica. Ma può anche diventare una fonte di responsabilità se usata senza regole, senza formazione e senza un adeguato controllo umano.

La scommessa non è tecnologica, ma culturale.

Gli studi che ne usciranno rafforzati saranno quelli capaci di integrare l’AI nei processi senza rinunciare a ciò che li qualifica: riservatezza, competenza, indipendenza di giudizio e responsabilità personale.

Concludo affermando, senza alcun dubbio, che l’AI può scrivere una bozza, classificare un documento o segnalare un’anomalia, ma non può assumersi la responsabilità di un consiglio professionale: quella resta del professionista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.