Donne e territorio – Le storie che nascono da un’idea

Donne e territorio – Le storie che nascono da un’idea

Non solo prodotti: quando un’idea cambia il modo di guardare il territorio

Ci sono prodotti che raccontano un’azienda. E poi ci sono prodotti che raccontano un modo diverso di guardare il mondo.

È da questa distinzione che nasce una nuova serie di Donne e territorio. Perché dietro un prodotto innovativo non c’è soltanto una tecnologia, un mercato o una strategia imprenditoriale. A volte c’è una domanda, una curiosità, persino un’intuizione apparentemente semplice: e se ciò che consideriamo uno scarto fosse invece una risorsa?

In questa nuova serie vorrei raccontare donne che hanno saputo trasformare questa domanda in un progetto concreto. Donne che hanno guardato il proprio territorio non come un limite, ma come un patrimonio di materie, conoscenze, tradizioni e possibilità.

Il filo conduttore sarà dunque il prodotto, ma il prodotto sarà soltanto il punto di partenza. Cercheremo di capire perché è nato, quale bisogno vuole soddisfare, quali valori incorpora e quale idea di futuro porta con sé.

Perché innovare non significa necessariamente inventare qualcosa che prima non esisteva. Talvolta significa guardare ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi con occhi nuovi.

La prima storia di questa nuova serie parte dalla Sardegna. E da una donna che ha fatto di questa filosofia una vera visione imprenditoriale: Daniela Ducato.

Daniela Ducato: quando uno scarto diventa una risorsa

La Sardegna, la lana e un’idea di economia che non spreca

Cosa può nascere da una pecora?

La risposta più ovvia sarebbe: la lana.

Ma se a questa domanda rispondesse Daniela Ducato, probabilmente aggiungerebbe: un isolante per una casa, un materiale per proteggere il suolo, una soluzione per l’agricoltura, un prodotto per la bioedilizia. E forse anche una diversa idea di economia.

La sua storia nasce in Sardegna, a Guspini, nel Sud dell’isola, in un territorio nel quale natura, agricoltura, pastorizia e antiche attività produttive convivono con una forte vocazione all’innovazione.

È proprio osservando quel territorio che Daniela Ducato ha cominciato a porsi una domanda destinata a cambiare la sua vita professionale: perché chiamare “rifiuto” qualcosa che la natura ha prodotto e che potrebbe ancora avere un valore?

Da questa intuizione nasce il percorso che porterà a Edizero – Architecture for Peace, una filiera di industrie verdi che oggi raccoglie numerose competenze e realizza oltre cento prodotti utilizzando materie seconde provenienti da surplus e sottolavorazioni agricole, boschive e minerali.

La prima grande intuizione è la lana di pecora.

La lana corta, irregolare, quella che non possiede le caratteristiche necessarie per essere utilizzata nei tradizionali tessuti, può diventare un materiale prezioso per l’edilizia e per l’ingegneria ambientale. Da quello che rischiava di essere considerato uno scarto nasce un materiale isolante e, successivamente, una famiglia di prodotti destinati anche alla protezione del suolo e alla bonifica ambientale.

È qui che la filosofia di Daniela Ducato diventa particolarmente interessante.

Non si tratta semplicemente di riciclare.

Si tratta di cambiare il punto di vista.

Un’economia lineare considera la materia secondo una sequenza: si estrae, si produce, si utilizza e infine si smaltisce.

L’economia immaginata da Daniela Ducato prova invece a interrompere questa sequenza. Quello che per una filiera è un’eccedenza può diventare la materia prima di un’altra. La lana può diventare un isolante; il sughero può entrare nella bioedilizia; la canapa può trasformarsi in materiali tecnici; gli scarti vegetali possono trovare una nuova vita nelle pitture e nelle finiture.

È una sorta di economia circolare ante litteram, nella quale il territorio diventa una grande materiaoteca a cielo aperto.

E non è casuale che tutto questo sia nato in Sardegna.

L’isola possiede una straordinaria ricchezza di materie naturali: lana, sughero, canapa, essenze vegetali, residui agricoli e forestali. Il progetto di Ducato parte proprio dalla possibilità di valorizzare ciò che esiste già, riducendo trasporti, sprechi e dipendenza da materie prime di origine fossile. La produzione di Edizero è infatti concepita in Sardegna attraverso filiere corte e tecnologie industriali avanzate.

Ma c’è una parola che rende ancora più particolare questa storia: pace.

Daniela Ducato ha chiamato la sua filosofia Architecture for Peace. Non è uno slogan commerciale. È il tentativo di collegare l’architettura alle conseguenze ambientali ed economiche delle materie prime che utilizziamo.

Se per costruire una casa utilizziamo materiali derivati dal petrolio, dietro quella casa esiste una filiera fatta di estrazione, energia, trasporto e consumo di risorse.

Se invece possiamo costruire utilizzando materie rinnovabili, eccedenze e materiali provenienti dal territorio, la casa può diventare parte di un ciclo diverso: non sottrarre continuamente risorse alla terra, ma restituire valore a ciò che già possediamo.

È un’idea molto forte, soprattutto oggi.

Perché la sostenibilità rischia spesso di rimanere una parola astratta, fatta di dichiarazioni, certificazioni e buone intenzioni. Daniela Ducato ha invece provato a trasformarla in un prodotto concreto, misurabile, utilizzabile e vendibile sul mercato.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante della sua esperienza imprenditoriale.

La sostenibilità, per funzionare, deve diventare anche economia.

Deve creare lavoro, competenze, imprese e valore sul territorio.

Deve riuscire a mettere intorno allo stesso tavolo agricoltori, artigiani, tecnici, ricercatori, designer e aziende. Edizero ha costruito proprio questo tipo di collaborazione, facendo incontrare competenze diverse e trasformando materie che appartengono alla tradizione locale in prodotti ad alta tecnologia.

E così la lana di una pecora sarda può arrivare dentro una casa sotto forma di isolante.

Il sughero, simbolo della Sardegna, può diventare un materiale per proteggere un edificio.

La canapa può diventare un feltro tecnico.

La posidonia spiaggiata, anziché essere considerata soltanto un problema da smaltire, può entrare in nuovi materiali.

Il territorio, insomma, non è più soltanto il luogo dove si produce.

Diventa il primo laboratorio dell’innovazione.

Daniela Ducato ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro ed è stata indicata da Fortune tra le imprenditrici più innovative nel campo della green economy. Nel 2022 è stata nominata presidente del WWF Italia, dopo avere lasciato progressivamente la gestione operativa delle società per dedicarsi a nuovi progetti e attività di studio e consulenza.

Ma forse il riconoscimento più interessante della sua storia non è un premio.

È l’idea che rimane.

Guardare meglio ciò che abbiamo intorno.

Perché spesso l’innovazione non arriva da una materia prima nuova, da una tecnologia sconosciuta o da una risorsa che dobbiamo andare a cercare dall’altra parte del mondo.

A volte è già lì.

In una balla di lana che nessuno vuole più comprare.

In un pezzo di sughero.

In una pianta.

In un residuo agricolo.

In qualcosa che abbiamo imparato a chiamare “scarto”.

La vera innovazione può cominciare proprio quando smettiamo di chiamarlo così.

Ed è forse questa la lezione più bella che Daniela Ducato consegna alla sua Sardegna e, attraverso di essa, a tutti noi: un territorio non è povero quando possiede poche risorse. È povero quando non ha ancora imparato a riconoscere il valore di quelle che possiede.

 

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