Aberrazioni alimentari
L’uso sempre più diffuso degli edulcoranti si abbina dal 15.7 all’obbligo di evidenziare la sgrammatura delle confezioni di alimenti e bevande
La vera rivoluzione della nutrizione è stata gestita non dalla scienza ma dal marketing della nostra immagine.
Dopo gli anni o meglio i secoli in cui mangiare regolarmente era per la maggior parte dell’umanità un’utopia per il mondo occidentale tale obbiettivo è diventato non solo raggiungibile ma la norma.
Anzi dal dopoguerra con la rivoluzione del benessere tale conquista è diventata sempre più un problema.
Infatti, come riportano le statistiche, sono progressivamente aumentati i problemi di sovrappeso legati a diete tendenzialmente ipercaloriche rispetto ad un tenore di vita sempre più sedentario.
Negli ultimi decenni si sono sempre più affermate nuove indicazioni nutrizionali che, ponendo al centro non tanto il benessere dell’individuo, ma la sua immagine come viene percepita dagli altri, ha portato ad una serie di nuove abitudini e costumi alimentari.
Infatti, il prototipo della persona è diventato quello del “magro” cacciando i vecchi stereotipi della floridità (le figure di Bottero sono una eccezione) che diviene l’anticamera dell’obesità.
Ricordo con una certa tenerezza mio suocero che a fine pranzo, dopo abbondanti portate, era solito prendere il caffè con una microscopica pastiglia del primo edulcorante di massa, la saccarina, per non utilizzare lo zucchero “che ingrassava”.
La scoperta di una sostanza, la saccarina appunto, risale al 1879 (Constantin Fahlberg) ma il suo uso è rimasto limitato fino agli anni sessanta con un impiego nella cura del diabete e dell’obesità grave.
La sua diffusione è poi aumentata e si è iniziato ad utilizzarla in abbinamento con altri edulcoranti “nuovi” come l’aspartame, l’acesulfame K, il ciclamato (l’unico per cui si è stabilita una correlazione con una possibile cancerogenicità) oppure quelli di ultima generazione come la stevia, l’eritritolo o un nuovo edulcorante stabile anche alle temperature di cottura, il sucralosio, che proprio per la sua elevata stabilità desta alcune preoccupazioni come inquinante a livello ambientale.
Oggi vanno di moda moltissime bevande “zero” cioè praticamente senza calorie, in cui, ovviamente, sentendone, comunque, il sapore dolce si può giungere alla logica conclusione che tale caratteristica sia dovuta a edulcoranti.
Molto più insidiosa è la pubblicità di succhi e altre bevande di origine naturale sulla cui etichetta campeggia il claim “senza zuccheri aggiunti” informazione che potrebbe indurre un consumatore distratto che la legge, e che avverte, comunque, un sapore dolce al palato, a pensare che siano state fatte con frutta migliore e più dolce quando, invece, è stato semplicemente aggiunto uno o più edulcoranti che, non essendo carboidrati (zuccheri) giustifica tale vanto.
Da molti anni si chiede che se sono stati aggiunti degli edulcoranti al claim “senza zuccheri aggiunti” si debba aggiungere la scritta” con edulcoranti”, ma questo, ovviamente, non piace ai cultori dell’illusione dietetica di tali prodotti.
Tale indicazione avrebbe dovuto essere inclusa nel ormai celeberrimo Regolamento (UE) 1169/2011 che predicando la massima trasparenza delle etichette verso i consumatori ma che, in realtà, relega tali informazioni nelle criptiche sigle presenti nella lista degli ingredienti.
Questo mentre, da più parti, si mette in dubbio sia la loro innocuità che, specialmente, la loro capacità di evitare fenomeni di sovrappeso.
Pare, infatti, che proprio coloro che consumano bevande e alimenti “zero” siano, comunque, affetti da fenomeni di obesità, complici gli stili di vita sempre più sedentari.
Ora, sempre con motivazioni salutistiche, in cui si demonizza il povero zucchero e, più in generale il contenuto calorico degli alimenti e, specialmente, delle bevande si assiste ad un nuovo fenomeno: la riduzione del contenuto delle confezioni, spesso abbinate al mantenimento o, addirittura, all’aumento del loro prezzo.
Che tale fenomeno non potesse passare sotto silenzio era improbabile e, infatti, il Codice del Consumo aveva cercato di imporre dall’anno scorso, di evidenziare la riduzione del quantitativo di prodotto direttamente in etichetta.
Tale indicazione è, poi, scomparsa dalla norma, contenuta nel DDL Concorrenza, che obbliga solo i produttori a informare i rivenditori (supermercati, negozi, siti di e-commerce, etc) della riduzione della quantità netta di un prodotto all’interno della confezione.
A loro volta, i distributori dovranno avvisare la clientela esponendo avvisi (cartelli?) nel punto vendita oppure sui canali di e-commerce, per un periodo di tre mesi dalla messa in vendita del prodotto nella nuova quantità.
Tale obbligo prende vita dal 15 luglio e vedremo se sarà effettivamente applicato anche perché l’assenza di tale indicazione non è sanzionabile immediatamente ma solo attraverso un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) che “può” sanzionare tale omissione riconducendola ad una pratica commerciale scorretta o ingannevole.
Un processo farraginoso, alla faccia della tutela della trasparenza.

