Renata Fonte: Il valore di un no!
Ci sono luoghi che sembrano esistere da sempre, come se nulla potesse davvero cambiarli.
La costa frastagliata, il profumo della macchia mediterranea, il rumore del mare che si infrange contro la roccia. A Porto Selvaggio il tempo sembra sospeso. È uno di quei paesaggi che oggi definiremmo “incontaminati”, e che proprio per questo tendiamo a considerare inevitabili.
Ma i luoghi non sono mai inevitabili.
Sono il risultato di scelte.
Negli anni Ottanta, quel tratto di costa nel territorio di Nardò era tutt’altro che al riparo.
Progetti di lottizzazione, interessi economici, prospettive di sviluppo legate all’edilizia turistica: tutto lasciava pensare a un destino già scritto, comune a molte altre parti del nostro Paese.
È in questo contesto che si inserisce la figura di Renata Fonte.
Assessora alla cultura, ma soprattutto amministratrice consapevole del valore del territorio, si trovò davanti a una decisione che non era soltanto urbanistica. Era, in senso pieno, una scelta economica.
Da una parte, il rendimento immediato: costruire, valorizzare, trasformare il paesaggio in prodotto.
Dall’altra, qualcosa di meno misurabile nell’immediato: la tutela, la conservazione, il mantenimento di un equilibrio fragile.
In termini economici, si trattava di scegliere tra una rendita di breve periodo e un valore di lungo periodo.
Tra ciò che genera profitto subito e ciò che costruisce patrimonio nel tempo.
Renata Fonte scelse. E scelse di dire no.
Un no che non era ideologico, ma profondamente razionale.
Perché proteggere un territorio non significa sottrarlo all’economia, ma sottrarlo a una forma di economia miope, incapace di vedere oltre l’immediato.
Quel “no” non fu indolore.
Fu una scelta solitaria, esposta, che si scontrò con interessi concreti e radicati. Fino alle estreme conseguenze: nel 1984, Renata Fonte venne uccisa per il suo impegno.
Raccontare questa storia oggi non significa fermarsi alla dimensione tragica, pur impossibile da ignorare.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero il valore.
Porto Selvaggio è ancora lì.
Non è diventato un luogo qualsiasi. Non è stato consumato. È rimasto, ed è proprio questa permanenza a generare oggi valore: ambientale, culturale, turistico.
Un valore che non nasce dal caso, ma da una decisione.
Nel linguaggio dell’economia, siamo abituati a misurare ciò che cresce, ciò che si trasforma, ciò che produce reddito.
Più raramente ci soffermiamo su ciò che viene preservato.
Eppure, la conservazione è una forma di investimento.
Richiede visione, responsabilità e, spesso, una dose significativa di coraggio.
La storia di Renata Fonte ci ricorda che il territorio non è una risorsa infinita, né un semplice supporto delle attività economiche.
È, piuttosto, una componente essenziale del capitale collettivo.
E come tale va amministrato.
Ci sono decisioni che producono consenso immediato.
E ce ne sono altre che producono valore nel tempo.
A volte, la differenza tra le due sta tutta nella capacità di pronunciare un no.

