Bilanci ed Ambiente

Bilanci ed Ambiente

Il focus riguarda principalmente la E di ESG più che la S e la G dove si potrebbe affermare che il mondo aziendale è più attrezzato e preparato.

Più lentamente dell’innalzamento delle temperature sul pianeta, tuttavia, inesorabilmente il tema ambiente nella vita aziendale cresce e diventerà sempre più rilevante sotto molteplici aspetti.

Il primo atto che identifica i fattori ESG è la direttiva 214/95/UE recepita in Italia con il Dlgs 254/16 che ha introdotto l’obbligo di una informativa non finanziaria (DNF) di carattere ambientale, sociale (relazioni con i consumatori e con la collettività di riferimento), di gestione del personale, di tutela dei diritti umani e di lotta alla corruzione per un target di grandi imprese quotate e banche ed assicurazioni quotate e non quotate. Si fa strada la burocrazia incombente e la pluralità di linee guida e raccomandazioni che hanno focalizzato l’attenzione sulle informazioni per un report di sostenibilità in maniera approfondita, ancorché segmentata, concentrandosi su alcuni dei temi, senza sintetizzarli con i riferimenti precedenti, complica tutto. Una certa sintesi è avvenuta, in un’accezione universalmente riconosciuta, nel caso dei GRI standards https://www.globalreporting.org , creati da un ente normativo che dal 1997 si è posto la mission di fornire degli standards di divulgazione della sostenibilità condivisi a livello globale per tutte le organizzazioni. I GRI non risolvono però il tema dell’implementazione in organizzazioni dimensionalmente e settorialmente diverse, lasciando la valutazione della significatività degli standards al giudizio soggettivo del management.
A partire dal 2022, le società soggette alla Dichiarazione Non Finanziaria (DNF) sono tenute a effettuare disclosure con riferimento alla Tassonomia Europea. Questo significa che devono esplicitare quanto del loro fatturato, CAPEX e OPEX * è allineato con le attività sostenibili definite nella tassonomia. Il TEG (Technical Expert Group), che ha contribuito a redigere la tassonomia UE, ha stabilito che le imprese devono identificare e rendicontare quali delle loro attività economiche soddisfano i criteri tecnici stabiliti nella tassonomia. Queste attività devono contribuire in modo sostanziale a uno degli obiettivi ambientali (es. mitigazione dei cambiamenti climatici), non arrecare danno significativo (Do No Significant Harm – DNSH) ad altri obiettivi ambientali e rispettare garanzie minime sociali e di governance.
* Opex = (spesa operativa – Operating Expense) l costo necessario per gestire un prodotto o il business/sistema. Capex (spesa di capitale – Capital Expenditure), è il costo per sviluppare o fornire asset durevoli per il prodotto o il business/sistema.

La disclosure riguarda tre indicatori chiave: % del fatturato da attività ecosostenibili; % degli investimenti (CAPEX) in attività allineate alla tassonomia; % delle spese operative (OPEX) coerenti con attività sostenibili.

Prospettiva futura: dalla DNF alla CSRD
La DNF è stata solo l’inizio. Dal 2024 (con effetto sui bilanci 2023), entra pienamente in vigore la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), che:
• Estende l’obbligo di reporting tassonomico a molte più imprese (incluse PMI quotate);
• Introduce standard europei di rendicontazione (ESRS), integrati con la tassonomia;
• Impone che le informazioni siano soggette a revisione limitata (limited assurance) da parte di revisori esterni.

Impatto pratico
Per le aziende, questa evoluzione comporta:
• Una mappatura rigorosa delle attività economiche rispetto alla tassonomia;
• Un investimento significativo in sistemi di raccolta dati ambientali;
• Il rischio reputazionale e finanziario se emergono incongruenze o greenwashing.

Nel suo Rapporto di Sostenibilità 2023, una banca italiana ha incluso una sezione dettagliata dedicata alla Tassonomia Europea, come richiesto dal Regolamento UE 2020/852. La banca ha rendicontato la percentuale di attività economiche allineate alla tassonomia, ovvero quelle che contribuiscono significativamente agli obiettivi ambientali dell’UE. Secondo fonti di analisi dtra i maggiori network indipendenti, la banca presenta la più alta percentuale di attività finanziarie green tra altre banche, con un Green Asset Ratio (GAR) del 3,32%. Questo indicatore misura la quota di attività finanziarie verdi nei portafogli delle banche, in conformità con la tassonomia UE. Nonostante l’impegno nella rendicontazione, emergono però alcune criticità: basso Green Asset Ratio: un GAR del 3,32% indica che solo una piccola parte delle attività finanziarie è effettivamente allineata alla tassonomia, sollevando dubbi sull’efficacia complessiva degli sforzi ambientali; dipendenza dai dati dei clienti: Il calcolo del GAR dipende dalle informazioni fornite dalle imprese clienti poichè queste non sono obbligate a rendicontare secondo la tassonomia così i dati possono risultare incompleti o imprecisi; focus su rischi finanziari: la rendicontazione tende a concentrarsi sulla gestione dei rischi finanziari legati ai cambiamenti climatici, piuttosto che su un impegno diretto per la salvaguardia dell’ambiente.
L’esempio di una banca italiana mostra che, sebbene esistano strumenti concreti per la rendicontazione ambientale, come la Tassonomia UE, la loro efficacia nel promuovere una reale sostenibilità ambientale è ancora limitata. La rendicontazione è spesso più orientata alla gestione del rischio finanziario che alla protezione dell’ambiente.

Quanto l’intervento della professione contabile con i commercialisti potrà aiutare nell’agire velocemente per rispondere ai cambiamenti climatici e limitarne gli effetti negativi? vi saranno concrete ed efficaci buone prassi per la salvaguardia ambientale? Non è che si vada creando un eccesso di burocrazia a discapito di azioni concrete? Basti pensare ad azioni reali, pure considerando la molteplicità delle tipologie aziendali, con i pannelli fotovoltaici sui capannoni e opifici aziendali, alla possibilità di investire in agricoltura “sana”, alcuni adottano le arnie delle api altri promuovono la biodiversità, all’implementazione del biogas, agli investimenti in prodotti biodegradabili a zero o basso impatto, e via dicendo. Vi sarà un cambiamento di stile presupposto dell’avere assimilato una vera attenzione all’ambiente o sarà tutto o quasi un solo formalismo su carta?.
A chi possiamo chiederlo se non a IA? Ecco le risposte.
Aspetti positivi (non è solo carta!)
o Tassonomia verde dell’UE L’Unione Europea ha creato una Tassonomia per la finanza sostenibile, un sistema di classificazione che definisce cosa è realmente “green”.
o Stabilisce criteri scientifici per attività economiche considerate ambientalmente sostenibili (es. energia rinnovabile, gestione rifiuti, efficienza energetica).
o È vincolante per alcune imprese e istituzioni finanziarie in Europa.
Reporting obbligatorio (CSRD, SFDR)
o Con l’entrata in vigore della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), le grandi aziende devono fornire dati verificabili su emissioni, impatti ambientali, rischi climatici, e così via.
o Queste informazioni devono essere certificate da revisori esterni.
Standard internazionali (TCFD, ISSB)
o Esistono framework globali (come TCFD – Task Force on Climate-related Financial Disclosures e ISSB – International Sustainability Standards Board) che puntano a una maggiore trasparenza e comparabilità dei dati ambientali.
Criticità (non è tutto oro!)
Greenwashing
o Nonostante i regolamenti, molte aziende usano termini vaghi come “sostenibile” o “green” senza prove concrete.
o Mancano spesso controlli severi o sanzioni efficaci.
Autovalutazione e incoerenze
o In molte giurisdizioni (soprattutto extra-UE), le aziende autodichiarano i dati ESG, creando margini per manipolazioni o omissioni.
o Gli standard ESG non sono ancora uniformi a livello globale: un’azienda può risultare “sostenibile” secondo un framework e “non sostenibile” secondo un altro.
Focus più finanziario che ambientale
o Spesso l’ESG viene usato per ridurre rischi per gli investitori, non per salvaguardare direttamente l’ambiente.
o In pratica, l’ambiente viene valutato solo se può avere impatti finanziari, non per un reale impegno etico o ecologico.


C o n c l u s i o n e

L’ESG non è solo carta, ma non è nemmeno garanzia di reale sostenibilità ambientale. Ci sono strumenti seri come la tassonomia UE, standard globali e obblighi di trasparenza, ma l’efficacia dipende dall’applicazione concreta, dalla qualità dei dati, dai controlli e dalla volontà politica.

La parte “E” dell’ESG ha fatto enormi passi avanti (soprattutto in UE) in termini di verifica e definizione chiara di cosa sia sostenibile.

Ma la sua efficacia pratica nel salvare l’ambiente dipende da: 

controlli veri e indipendenti;

impegno sociopolitico costante;

– assunzione di responsabilità da parte di tutta la collettività;

– sanzioni in caso di false dichiarazioni;

– estensione globale e non solo europea.

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