Valore agricoltura bio e convenzionale fino a quando?
L’agricoltura (biologica e convenzionale) non è solo economia o turismo, ma infrastruttura vitale del territorio, presidio della biodiversità
e garanzia di sicurezza alimentare.
Il problema nel mantenerla al rango raggiunto non è tanto la mancanza di strumenti ma la frammentazione e la scarsa consapevolezza sistemica unito al costo degli investimenti.
Gli enti pubblici dovrebbero trattare l’agricoltura come: bene pubblico essenziale (come sanità e acqua), strumento di difesa del territorio (dissesto idrogeologico) nonché leva ambientale e climatica.
Eppure, il suo valore più semplice e più evidente è spesso dato per scontato: senza agricoltura non c’è cibo, e senza cibo non c’è sopravvivenza.
Questo implica integrare politiche agricole, ambientali e urbanistiche, superando la gestione “a compartimenti” o la gestione senza competenze e guardando all’uso della terra e non già al suo sfruttamento.
Comuni, comunità montane, bacini imbriferi, magistrati delle acque, province e regioni ma pure lo stesso Ministero Masaf possono fare molto più di quanto spesso si pensi e si dovrebbe.
Dalla pianificazione territoriale attiva, alla tutela delle aree agricole da consumo intensivo di suolo, agli incentivi per il recupero di terreni abbandonati e alla creazione di zone agricole strategiche.
Ne discendono le sperate e auspicabili azioni a sostegno economico mirato dirette come: contributi a chi mantiene coltivazioni tradizionali, premialità per pratiche sostenibili (bio, integrato), riduzione di tributi locali (IMU agricola, canoni), premialità alle giovani generazioni.
Sottostante gli incentivi per le filiere corte e mercati locali: mercati contadini permanenti, accordi con mense pubbliche (scuole, ospedali) e sostegno ai gruppi di acquisto locali. Belle parole?
Alcune forse già rare realtà?
La visione strategica non è sufficiente e chi si deve occupare di agricoltura è bene che la conosca nel profondo e quanto accade in Italia è allarmante ed è necessario attrezzarsi opportunamente e presto.
L’agricoltore è nella stragrande maggioranza dei casi un singolo imprenditore, portato ad un lavoro silenzioso, ma è ora che faccia conoscere cosa accade anche se gli organismi di categoria qualche dato già lo manifestano.
I nostri coltivatori e i nostri produttori zootecnici sono sempre più schiacciati dalla burocrazia e dalle scarse rese sul capitale investito che non consente di remunerare i costi sostenuti per il normale mantenimento delle aziende e molte volte connesso alla lievitazione dei costi dei passaggi delle filiere di distribuzione dalla terra al consumatore finale con flessioni del valore riconosciuto alla materia prima.
Quasi abbandonato a sé stesso nella caparbietà di resistere e continuare il ciclo produttivo l’agricoltore va verso una deriva facilmente immaginabile.
Non può permettersi coadiutori e personale in aiuto, spera nella gestione famigliare, tuttavia, con difficoltà a trattenere le giovani generazioni disincentivate dallo stato di fatto.
I costi della burocrazia aumentano, l’andamento dei prezzi riconosciuti al prodotto agricolo calano spesso e volentieri, gli investimenti necessari alla sopravvivenza dell’azienda aumentano e il costo del denaro si fa sentire sempre più prepotentemente, le nuove leve trovano ostacoli nell’avviare attività agricole schiacciate da troppi cavilli e le tante piccole aziende agricole esistenti hanno difficoltà a trovare e potere remunerare le risorse umane necessarie.
Al netto di qualche furberia la situazione comune di un settore fondamentale, che pure in Italia è impostato per essere garanzia della qualità del prodotto finale, segna risvolti preoccupanti.
Sembra quasi una deriva che porta ad immaginare poche aziende intensive dirette con logiche di catene di montaggio che poco si conformano alla potente forza della qualità dell’agricoltura italica, fatta di biodiversità, differenze colturali e territoriali, peculiarità e specialità uniche, insomma, fattori che a cascata danno valore al recente riconoscimento Unesco della cucina italiana patrimonio immateriale dell’umanità e, a prescindere, di inestimabile valore.
La consapevolezza dei punti critici reali specialmente da parte degli Enti Pubblici, non parliamo della politica, può gradualmente condurre ad attuare sistemi di economia circolare e bio distretti che mettono in rete agricoltura, turismo e comunità, valorizzano il territorio come sistema e favoriscono la chiusura delle filiere locali.
Qualche esempio è fortunatamente presente. Inoltre, un focus di rilievo va prestato alla valorizzazione del lavoro agricolo per renderlo attrattivo mediante incentivi per giovani agricoltori con accesso facilitato alla terra e teso alla semplificazione burocratica, garantendo sistemi di formazione tecnica e imprenditoriale.
E poi senza cultura, le politiche non funzionano.
Ci vogliono educazione e consapevolezza.
Attivare perciò l’educazione alimentare nelle scuole, visite aziendali e turismo esperienziale, campagne sul valore del cibo e della stagionalità. Insomma, portare il consumatore alla consapevolezza della qualità e al valore del cibo e al dogma del non sprecarlo.
Non ultimo l’integrazione con le politiche europee rimangono necessarie e vanno sviluppate oltre gli strumenti già esistenti, come: Politica Agricola Comune (PAC), fondi per sviluppo rurale, misure agroambientali. Affermare poi un sistema agricolo Italia pure come modello europeo diventa una necessità.
Sullo sfondo rimane il nodo centrale: la redditività. Senza reddito, non c’è agricoltura.
E senza agricoltura, viene meno non solo un settore economico, ma un presidio essenziale del territorio, della biodiversità e della sicurezza alimentare.
È proprio su questo terreno che il livello locale può e deve fare la differenza. Comuni, comunità montane, province ed enti sovra territoriali dispongono infatti di una conoscenza diretta delle esigenze del territorio che li pone nella condizione di intervenire in modo mirato ed efficace. Le leve operative non mancano.
Occorre innanzitutto sostenere concretamente le attività di base che garantiscono la cura del territorio: il taglio e lo sfalcio di pascoli e prati, la pulizia e la gestione del patrimonio forestale, il mantenimento della viabilità rurale e interpoderale, la corretta regimentazione delle acque e la realizzazione di piccoli bacini di raccolta.
Allo stesso tempo è necessario guardare al futuro, favorendo lo sviluppo di energie rinnovabili integrate alle attività agricole, riducendo i costi di produzione e rafforzando l’autonomia delle aziende.
Un altro snodo decisivo è l’accesso al credito: servono strumenti locali capaci di abbattere il costo del denaro per le imprese agricole meritevoli, accompagnandole negli investimenti e nella crescita.
Non meno importante è il tema della valorizzazione: molte aree del Paese esprimono produzioni di grande qualità ma non dispongono di marchi territoriali forti.
Qui gli enti pubblici possono intervenire con finanziamenti mirati e strategie di promozione, costruendo identità riconoscibili e filiere locali solide. Infine, resta imprescindibile il riequilibrio della filiera: prezzi equi per i produttori, riduzione delle intermediazioni e valorizzazione dei prodotti locali sono condizioni necessarie per restituire dignità economica al lavoro agricolo. In questo quadro, sostenere l’agricoltura non significa soltanto aiutare un settore, ma investire nel futuro del territorio e delle comunità.
Perché una terra curata, produttiva e viva, scevra da pratiche intensive, è la prima garanzia di benessere per le generazioni che verranno.
Questo cambio di prospettiva richiede anche una responsabilità collettiva, che parte dai comportamenti quotidiani.
In particolare, dalla capacità di ridurre lo spreco alimentare, che oggi rappresenta una delle contraddizioni più evidenti del nostro sistema (circa un quinto – Cross country report 2025).
Una cultura diffusa dell’anti spreco può generare effetti concreti e virtuosi: riducendo ciò che si butta, si liberano risorse che possono essere destinate a una spesa alimentare più consapevole e di qualità, senza necessariamente aumentare il costo complessivo del carrello. In questo modo, a parità di spesa, diventa possibile premiare prodotti locali, sostenibili e di maggiore valore, sostenendo direttamente chi lavora la terra e contribuendo alla tenuta economica delle filiere agricole.
La vera sfida è passare da una logica di emergenza a una di prevenzione e visione: non sostenere l’agricoltura “quando è in crisi”, ma riconoscerla come fondamento della nostra sopravvivenza” insomma, bene vitale.

