Ricovero sociale: tra diritto, dignità e libertà

Ricovero sociale: tra diritto, dignità e libertà

Quando la protezione si trasforma in coercizione

Immaginate un anziano che stringe tra le mani una fotografia ingiallita, ultimo frammento di una vita vissuta. La sua casa è il rifugio dei ricordi, ogni oggetto racconta una storia. Poi, all’improvviso, il silenzio viene spezzato da un bussare deciso. Non è un vicino, non è un familiare. Sono uomini in divisa, accompagnati da operatori sociali. “È per il suo bene”, dicono. Ma quell’uomo non vuole andare. Non ha commesso alcun reato, non è un pericolo per sé o per gli altri. Eppure viene portato via. In quel momento, la promessa di cura diventa un atto di forza. La protezione si trasforma in coercizione.

La cornice giuridica: libertà come fondamento

La Costituzione italiana è inequivocabile: la libertà personale è inviolabile. Nessuno può esserne privato se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria. È un principio che non ammette eccezioni arbitrarie, perché rappresenta il cuore della democrazia.

L’amministrazione di sostegno, introdotta per accompagnare chi è fragile, non annulla la capacità di autodeterminarsi, ma la integra, la sostiene. Il trattamento sanitario obbligatorio, disciplinato dalla legge 833 del 1978, è invece una misura eccezionale, che consente il ricovero coatto solo in caso di grave pericolo psichiatrico, con garanzie di legge e convalida del giudice tutelare.

Il ricovero sociale, dunque, non ha base normativa per essere imposto. È un servizio, non un vincolo. Se diventa obbligo, siamo davanti a una forzatura giuridica che rischia di violare la Costituzione e di trasformare un gesto di cura in un abuso di potere.

Il diritto di autodeterminazione: fragile, ma inviolabile

Abbiamo ancora il diritto di autodeterminazione e proprio nei momenti di fragilità questo diritto deve essere difeso con più forza. Non rientrare nei “canoni” della società moderna non è motivo legittimo di internamento. La diversità, la fragilità o la scelta di vivere in modo non conforme non giustificano un ricovero coatto.

La giurisprudenza europea ha ribadito più volte che anche le persone fragili conservano il diritto di decidere della propria vita. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia nel 2023 per aver obbligato un anziano al ricovero in una Residenza Sanitaria Assistenziale contro la sua volontà. La sentenza è stata chiara: la protezione non può annullare la libertà.

La vera protezione non è imporre, ma ascoltare. Non è ridurre la libertà, ma custodirla. Non è decidere al posto di chi è fragile, ma accompagnarlo nel suo percorso, rispettando la sua voce, anche quando è flebile, anche quando è scomoda.

Casi reali: quando la promessa viene tradita

La cronaca ci mostra che non sempre questa promessa viene rispettata. Il caso di Carlo Gilardi, un uomo di 90 anni ricoverato nel 2020 contro la sua volontà in una struttura residenziale, ha sollevato un acceso dibattito pubblico. Gilardi non era un malato psichiatrico, non era un pericolo per sé o per gli altri: era un uomo anziano, con le sue fragilità, ma anche con la sua volontà. La sua vicenda ha mostrato quanto sia sottile il confine tra tutela e abuso e quanto sia facile che la fragilità diventi terreno di sopruso.

Sul piano europeo, la CEDU ha esaminato nel 2013 il caso Mihailovs c. Lettonia: un uomo epilettico, privato della capacità legale su iniziativa della moglie, fu ricoverato contro la sua volontà. La Corte ha sottolineato la necessità di un controllo giurisdizionale effettivo e ha messo in luce i rischi di abuso quando la fragilità viene gestita attraverso strumenti coercitivi.

Questi casi ci ricordano che la libertà non è un lusso per i forti, ma un diritto per tutti. E che proprio chi è fragile ha bisogno di più garanzie, non di meno.

In caso di prelievo coatto: la scena più inquietante

Se il ricovero sociale viene accompagnato da un prelievo coatto, con Forze dell’Ordine che intervengono per portare via la persona, la scena diventa ancora più inquietante. In quel momento è fondamentale chiedere quale titolo giuridico stiano eseguendo: un decreto del giudice tutelare, un provvedimento sanitario, un’ordinanza comunale. Senza un atto formale, il prelievo rischia di configurare una violazione della libertà personale.

La famiglia ha il diritto di pretendere trasparenza, di vedere il provvedimento scritto, di conoscere l’autorità che lo ha disposto, di ottenere copia del verbale. Perché la libertà non può essere sottratta con un gesto improvviso, senza parole, senza spiegazioni.

Le cause: tra paura e retaggi culturali

Perché accadono episodi di ricovero sociale imposto o di prelievo coatto? Le cause sono molteplici: la pressione istituzionale che spinge a “risolvere” rapidamente situazioni complesse, la paura della responsabilità che induce a scegliere la via più sicura per le autorità, il retaggio culturale dell’internamento che ancora influenza pratiche e mentalità, la debolezza delle famiglie che non hanno strumenti per opporsi e l’ambiguità normativa che lascia zone grigie e consente interpretazioni estensive e abusi.

Dietro ogni abuso c’è un sistema che preferisce il silenzio alla complessità, la semplificazione alla dignità, la coercizione alla responsabilità.

Difendere la libertà dei fragili significa difendere la libertà di tutti

Il ricovero sociale dovrebbe essere un atto di cura, un gesto di comunità. Se diventa costrizione, smette di essere sociale e diventa un internamento mascherato. Difendere la libertà dei più fragili significa difendere la libertà di tutti.

La sfida è vigilare, denunciare, reagire. Perché ogni abuso è una ferita alla nostra coscienza collettiva. Perché la libertà personale, come ci ricorda la Costituzione, è il cuore della democrazia. E perché la dignità non è un privilegio da concedere, ma un diritto da custodire.

Non possiamo restare spettatori

Ogni cittadino ha il dovere di alzare la voce quando la libertà viene compressa, soprattutto quella dei più fragili. Informiamoci, sosteniamo chi subisce abusi, chiediamo trasparenza alle istituzioni, pretendiamo che la legge sia rispettata.

La libertà non è un bene individuale: è un patrimonio comune. Difenderla significa difendere noi stessi, i nostri figli, la nostra comunità. Facciamo sentire la nostra voce, oggi, perché domani potrebbe non esserci più chi può difenderci.

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