Attraversare il fuoco, restando umani
Ogni ferita è una porta. Ogni crepa, una nuova forma
Ci sono momenti in cui la vita non ti chiede il permesso. Non ti lascia il tempo di prepararti, di metterti in salvo, di costruire una difesa. Arriva. Come un vento che spalanca tutte le finestre. Come un incendio che non distingue, non risparmia, non spiega.
E tu resti lì. Con le mani vuote. Con il cuore pieno di domande che non hanno risposta. Con lo sguardo perso in uno specchio che non ti riconosce più.
Ti muovi nel mondo come se fosse diventato estraneo
Ogni gesto è faticoso. Ogni parola è troppo. Ti senti rotto. Ti senti lento. Ti senti fuori tempo, fuori luogo, fuori da te.
E allora pensi: “Sono io il problema?” Ma no. Non lo sei. Stai solo attraversando qualcosa di troppo grande per contenerlo tutto da solə. Stai portando dentro un dolore che non ha ancora trovato forma. Un dolore che non si lascia nominare, che non si lascia spiegare. Un dolore che chiede solo una cosa: spazio.
A volte il cuore si chiude per proteggersi
Non perché non vuole sentire, ma perché ha sentito troppo. A volte il corpo si spegne per non esplodere. A volte il silenzio è l’unico linguaggio che resta, quando le parole non bastano più.
E va bene così. Non devi reagire. Non devi spiegare. Non devi dimostrare niente a nessuno. Nemmeno a te stessə.
Hai il diritto di essere un mistero. Hai il diritto di non sapere dove stai andando. Hai il diritto di fermarti e dire: “Non ce la faccio!” Hai il diritto di non essere all’altezza, oggi. Hai il diritto di non voler guarire subito. Hai il diritto di non voler guarire affatto, per ora.
Perché certe cose non si superano, si attraversano.
E mentre le attraversi, ti trasformano.
Non subito. Non in modo lineare. Non come nei film. Ma ti trasformano. Ti scavano. Ti svuotano. Ti rimescolano. Ti fanno perdere i confini, le certezze, le parole. Ti fanno sentire come se stessi scomparendo. Ma in realtà, stai cambiando forma.
E poi, piano piano, ti ricostruiscono. Pezzo dopo pezzo
Con crepe che diventano feritoie. Con silenzi che diventano preghiere. Con gesti piccoli che tornano a significare qualcosa.
Un giorno ti svegli e il dolore non è sparito. Ma ha cambiato consistenza. Non ti stringe più alla gola. Non ti paralizza. È lì, ma non comanda.
Respiri. Cammini. Ti accorgi che c’è spazio. Che non fa più così male. Che puoi stare. Che puoi scegliere.
E allora capisci: non eri sbagliato, eri solo in metamorfosi.
Non sei tornato com’eri. Sei diventato qualcosa che non esisteva prima.
Qualcosa che ha attraversato il fuoco e ha scelto di restare umano. Qualcosa che ha tremato, pianto, ceduto… ma non si è spento. Qualcosa che sa che la fragilità non è una vergogna, ma una forma di bellezza.
Ora sei più vasto. Più vero. Più tuo.
E anche se non lo vedi ancora, anche se non lo senti ogni giorno, sei la prova vivente che si può attraversare il fuoco senza perdere l’anima.

