Sudan. Martiri dimenticati, genocidio ignorato
La persecuzione di cristiani che nessuno racconta
Nel cuore dell’Africa, dove il deserto si mescola con il sangue e la polvere, c’è un Paese che il mondo ha smesso di guardare: il Sudan. Qui, lontano dai riflettori, si consuma un genocidio silenzioso. Non ci sono titoli in prima pagina. Non ci sono hashtag virali. Non ci sono marce di protesta. Solo croci spezzate, chiese bruciate, vite cancellate. E i martiri sono cristiani.
Da oltre un anno, il Sudan è dilaniato da una guerra civile brutale
tra l’esercito regolare e le milizie delle Rapid Support Forces (RSF). Ma in mezzo a questo conflitto, c’è una guerra più antica, più feroce, più mirata: quella contro la fede cristiana. Non è solo una guerra di armi. È una guerra di fame, di torture, di cancellazione culturale. È una guerra che ha un solo obiettivo: spegnere la luce del Vangelo.
Le chiese vengono incendiate. I pastori arrestati.
Le famiglie cristiane costrette a scegliere tra la fede e la sopravvivenza. In alcune zone, gli aiuti umanitari vengono distribuiti solo a chi rinuncia a Cristo. “Convertiti o muori di fame” è il nuovo sermone imposto con le armi.
Maryam aveva ventisei anni. Era cristiana.
Viveva a El-Geneina, nel Darfur. La domenica mattina, invece di nascondersi, prendeva la sua Bibbia e andava a messa in una casa abbandonata, perché la loro chiesa era stata incendiata mesi prima. Quel giorno, le milizie sono arrivate. Le hanno chiesto di rinunciare a Gesù. Lei ha risposto: “Lui non ha rinunciato a me sulla croce. Io non lo rinnegherò ora.” Da allora, Maryam è scomparsa. Nessuno sa se sia viva. Ma la sua testimonianza è diventata un fuoco che arde nel cuore di chi resta.
A El-Fasher, dopo un assedio durato oltre 500 giorni, le RSF hanno compiuto una strage.
Civili disarmati, donne, bambini. Molti cristiani. Molti non arabi. Le testimonianze parlano di esecuzioni sommarie, stupri, bambini bruciati vivi. È una pulizia etnica. È un genocidio. Ma nessuno lo chiama così. Diciotto membri della Sudanese Church of Christ sono stati arrestati mentre cercavano rifugio. Nessun processo. Nessuna notizia. Solo silenzio. Le famiglie aspettano. Pregano. Piangono. Resistono.
E noi? Noi guardiamo altrove.
Parliamo di diritti, di libertà, di giustizia. Ma quando i perseguitati portano una croce, il mondo si fa muto. Quando i martiri non hanno telecamere, diventano invisibili. Quando il genocidio è cristiano, non fa notizia.
Eppure, in mezzo alle rovine, la fede non muore. Si nasconde. Si spezza. Ma non si spegne. Ci sono bambini che imparano i Salmi a memoria perché non hanno più una Bibbia. Madri che insegnano ai figli a perdonare, anche dopo aver visto il padre morire. Uomini e donne che pregano sottovoce, rischiando tutto per non rinnegare la propria anima.
Questo è il genocidio di cristiani che nessuno racconta.
Un genocidio che brucia, che uccide, che cancella. Un genocidio che ci interroga: finché resteremo in silenzio, ne saremo complici.
Anche il Papa ha alzato la voce,
chiedendo al mondo di non dimenticare. Ma la sua voce rischia di perdersi nel vento, se non diventa la nostra voce.
Non possiamo più tacere.
Non possiamo più voltare lo sguardo. Alziamo la voce in difesa di chi non ce l’ha. Raccontiamo queste storie. Condividiamo la verità. Sosteniamo chi resiste. Aiutiamo chi soffre. Facciamo pressione sui governi, sulle istituzioni, sui media.
Perché il silenzio è complicità. E la memoria è il primo passo verso la giustizia.

