Prostituzione, economia sommersa
Il mestiere più antico del mondo, un business da cinque miliardi l’anno
Nel cuore della Mesopotamia, più di quattromila anni fa, una donna cambiò il destino di un uomo e con lui, quello della civiltà. Si chiamava Shamhat, ierodula del tempio di Ishtar, la prima prostituta documentata nella storia. Il suo compito era quello di sedurre Enkidu, l’uomo selvaggio creato dagli dèi, per introdurlo nella civiltà attraverso il sesso e per bilanciare l’arroganza di Gilgamesh, re di Uruk. Enkidu e Gilgamesh, dopo uno scontro iniziale, diventarono amici inseparabili.
Shamhat non è solo la prima prostituta documentata nella storia, è la prima mediatrice tra due mondi: quello selvaggio e quello umano, quello istintivo e quello sociale. Seduce Enkidu, lo nutre, lo veste, lo rende umano. Attraverso il corpo, Enkidu acquisisce coscienza. Attraverso la sessualità, entra nella società. E attraverso l’amicizia con Gilgamesh, scopre il dolore, la morte, il limite. Shamhat non lo doma: lo trasforma. E in quella trasformazione, la prostituzione assume un ruolo sacro e rituale.
Nel mito, il sesso non è peccato. È passaggio. È sapere incarnato. È potere femminile che educa, che civilizza, che cambia il corso della storia.
La prostituzione oggi, in Italia
E’ invisibile e onnipresente. Legale ma non riconosciuta. Tollerata, ma non regolamentata. È il mestiere più antico del mondo, ma anche uno dei più giovani nel dibattito politico, sempre rinviato, sempre evitato. Eppure, dietro ogni corpo che lavora, c’è una storia. Dietro ogni storia, una domanda: perché lo Stato continua a ignorare ciò che esiste sotto gli occhi di tutti?
Nel 1958, la senatrice socialista Lina Merlin
riuscì a far approvare una legge che chiudeva le case di tolleranza. Fu una vittoria storica per i diritti delle donne, contro lo sfruttamento istituzionalizzato. Ma quella legge, pur animata da ideali nobili, lasciò un vuoto. La prostituzione non fu vietata, ma tutto ciò che la rende possibile — l’organizzazione, la promozione, la mediazione — fu criminalizzato. Da allora, chi si prostituisce autonomamente non commette reato. Ma chi affitta una stanza, pubblica un annuncio, accompagna un cliente, rischia di essere accusato di favoreggiamento.
Nel tempo, la giurisprudenza ha cercato di mettere ordine
La Corte di Cassazione ha stabilito che affittare un appartamento a una prostituta non è reato, se il locatore non trae vantaggio diretto. Ha chiarito che anche un aiuto occasionale può configurare il reato di sfruttamento, se favorisce concretamente l’attività. E ha ribadito che l’ignoranza sull’età della persona coinvolta non esonera dalla responsabilità penale in caso di prostituzione minorile. La Corte Costituzionale, da parte sua, ha bocciato ordinanze comunali che vietavano la prostituzione su strada, ritenendole lesive della libertà personale se non motivate da esigenze di ordine pubblico.
Ma le sentenze non bastano. Servono leggi. Servono politiche. Servono scelte.
Nel frattempo, l’economia del sesso continua a prosperare
Secondo le stime più recenti, la prostituzione in Italia coinvolge oltre centomila persone e genera un giro d’affari che sfiora i cinque miliardi di euro l’anno. Le città più attive sono Roma, Milano, Torino, Bologna. La maggior parte dell’attività avviene in modo informale: in strada, in appartamenti privati, tramite piattaforme online. È un’economia sommersa, ma pulsante. Se il settore fosse regolamentato, potrebbe generare entrate fiscali per oltre due miliardi di euro. Eppure, pochissime sex workers si registrano come contribuenti. Perché lo stigma è più forte della legge. Perché la paura è più forte della burocrazia. Perché l’ambiguità normativa scoraggia la regolarizzazione.
Eppure, la prostituzione è tassabile
La Cassazione ha riconosciuto che chi esercita l’attività in modo autonomo e abituale può essere soggetto a tassazione, assimilando il sex work al lavoro autonomo. Esiste persino un codice ATECO — 96.09.09 — che può essere usato per dichiarare redditi da “altre attività di servizi alla persona”. Ma nella pratica, la fiscalità resta un miraggio.
Dietro le cifre ci sono volti. Storie. Vite
Come quella di Adelina, sfruttata da adolescente, costretta a vendersi per anni e oggi attivista per i diritti delle sopravvissute. O quella di Giorgia, studentessa universitaria, che ha scelto di prostituirsi per pagarsi gli studi, ma che vive nell’ombra, nel silenzio, nella vergogna. O ancora quella di Blessing, arrivata dalla Nigeria con la promessa di un lavoro, finita sulla strada e poi riscattata da un’associazione che le ha insegnato a fare la pasticciera. Queste storie non chiedono pietà. Chiedono riconoscimento. Chiedono diritti. Chiedono che lo Stato smetta di voltarsi dall’altra parte.
Il confronto con altri Paesi europei è illuminante
In Germania e nei Paesi Bassi, la prostituzione è legalizzata e regolamentata. Le lavoratrici del sesso sono registrate, pagano le tasse, hanno accesso alla sanità e alla previdenza sociale. In Svezia, invece, vige il modello nordico: vendere sesso non è reato, ma comprarlo sì. L’obiettivo è colpire la domanda, non l’offerta e considerare la prostituzione come una forma di violenza di genere. In Francia, la legge segue un approccio simile. In Spagna, la prostituzione è tollerata ma non regolamentata, come in Italia. Tuttavia, il dibattito è acceso e il governo ha più volte annunciato l’intenzione di vietarla del tutto.
L’Italia resta sospesa, tra moralismo e pragmatismo
Tra repressione e tolleranza. Tra visibilità e invisibilità. La prostituzione è legale, ma invisibile. È un’attività che esiste, ma che lo Stato finge di non vedere. Le sentenze cercano di colmare i vuoti, ma non possono sostituire una legge moderna, capace di distinguere tra sfruttamento e autodeterminazione. Il confronto con l’Europa dimostra che esistono alternative: modelli che tutelano, che regolano, che scelgono.
Forse è tempo che anche l’Italia scelga. Non per ideologia, ma per realtà. Perché ignorare un fenomeno non lo rende meno vero. E non lo rende meno urgente. Il mestiere più antico del mondo merita una politica più giovane, più lucida, più giusta.
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