Castel d’Azzano: Scacco matto al sistema?

Castel d’Azzano: Scacco matto al sistema?

Quando lo Stato bussa per spogliare: La rivolta dei fratelli Ramponi

La storia dei fratelli Ramponi ha fatto il giro d’Italia. Non per la loro miseria, né per la loro rabbia. Ma per la morte di tre carabinieri. Tre servitori dello Stato, caduti in una tragedia che nessuno avrebbe voluto vedere. Un fatto gravissimo, che ha lasciato dietro di sé dolore, sgomento, ferite aperte. Eppure, come spesso accade, ciò che esplode in superficie è solo la punta dell’iceberg. Sotto, c’è un sistema che da anni aggredisce la proprietà privata, svende i sacrifici di una vita e lascia i più fragili senza voce, senza casa, senza speranza.

La macchina che divora

Nel nostro precedente articolo, “Una vita per comprarla, un click per portartela via”, abbiamo denunciato l’indecenza delle aste giudiziarie. Un meccanismo freddo, spietato, che trasforma il dolore in profitto. Un sistema che deprezza i beni dell’esecutato fino al 90%, spalancando le porte a speculatori, affaristi, criminalità organizzata e persino a parenti di chi dovrebbe garantire imparzialità. Un immobile da mezzo milione può finire venduto a cinquantamila euro. Il giudice, spesso distante dalla realtà o sommerso da pratiche, decide quante aste fare. Nessun vincolo. Nessuna soglia minima. Nessuna tutela per chi ha costruito quella casa con il sudore della fronte. Il risultato? Il creditore riceve le briciole. Lo speculatore incassa una fortuna. Il debitore viene annientato.

Giustizia a geometria variabile

Esistono norme che permettono a chi non ha nulla di chiudere debiti enormi con un saldo e stralcio. Ma chi ha qualcosa, chi ha lavorato, risparmiato, costruito, viene spogliato di tutto. È giusto? È equo? È civile? No. È una ferita aperta nel cuore dello Stato. Una cancrena che si espande, silenziosa, mentre la politica dorme e la giustizia si trasforma in algoritmo. Il valore umano si dissolve in formule matematiche. Il dolore non ha peso. La dignità non ha voce.

La matematica dell’ingiustizia

Facciamo i conti. Un bene da 500 mila euro venduto a 50 mila. Spese di procedura: 10 mila. Al creditore restano 40 mila. Lo speculatore guadagna 450 mila. Il debitore perde tutto. E nessuno può contraddire il magistrato. Nessuno può fermare la macchina. È un gratta e vinci legalizzato, ma senza lotteria. Il vincitore è sempre lo stesso. Il perdente, anche.

L’appello che non può aspettare

Questo scempio va fermato. Non domani. Ieri. Meloni, Salvini, Nordio: non voltatevi dall’altra parte. Intervenite. Riformate. Restituite dignità alla proprietà privata. Restituite giustizia a chi ha creduto nello Stato, a chi ha pagato le tasse, a chi ha costruito con le proprie mani ciò che oggi viene svenduto con un click.

La tragedia dei fratelli Ramponi

Quel giorno, lo Stato ha bussato alla porta dei Ramponi. Non per ascoltarli. Ma per cacciarli. Vivevano in un casolare senza luce, senza acqua, senza riscaldamento. Sopravvivevano, non vivevano. E quando sono arrivate le forze dell’ordine, la tensione è esplosa. Tre carabinieri morti. Molti feriti. Un casolare distrutto. Tre persone in carcere. Una tragedia che poteva essere evitata. Una tragedia che non nasce in quel giorno, ma in anni di abbandono, di silenzi, di ingiustizie.

Paradossalmente, in carcere hanno trovato ciò che fuori non avevano: un tetto, un pasto, cure mediche, persino una televisione. Non negano le loro responsabilità. Ma forse, se qualcuno fosse intervenuto prima, se lo Stato avesse ascoltato invece di colpire, oggi non ci sarebbero né morti né feriti. E lo speculatore, che pensava di incassare, è rimasto a mani vuote. KO tecnico.

Tre contadini, non tre ignoranti

Molti li hanno chiamati ignoranti. Noi li chiamiamo contadini esasperati. Perché chi lavora la terra sa cos’è il sacrificio. Sa cos’è la dignità. E sa anche quando è il momento di dire basta. Tre morti. Tre arresti. Un casolare distrutto. Uno speculatore a mani vuote. E un Paese che dovrebbe chiedersi: com’è possibile che la legge, nata per proteggere, diventi uno strumento di distruzione?

Ma è davvero scacco matto?

C’è chi dice che lo speculatore abbia perso. Che il casolare distrutto abbia vanificato l’affare. Che la rivolta dei Ramponi abbia rotto il meccanismo. Ma c’è anche chi osserva il contrario: un edificio compromesso, ridotto in macerie, può diventare terreno vergine per nuovi progetti. Senza vincoli, senza ostacoli. Allora il dubbio resta: è stato davvero uno schiaffo al sistema, o un favore involontario a chi vive di macerie? La verità, forse, è che hanno perso tutti. Lo Stato, che non ha saputo ascoltare. I Ramponi, che hanno pagato con la libertà. I carabinieri, che hanno perso la vita. E noi, che continuiamo a chiamare giustizia ciò che distrugge.

Scacco matto. Non ai Ramponi. Al senso della Legge

 

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