Demoni a piede libero

Demoni a piede libero

L’epoca in cui la violenza ci abita

C’è un’ombra che si allunga sul nostro tempo. Invisibile, ma tangibile. Un brivido che serpeggia tra le strade, si insinua nei corridoi delle case, pulsa dietro gli schermi che ci accompagnano ogni giorno. È come se l’aria stessa fosse diventata elettrica, satura di tensione. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo sembra sul punto di esplodere. Come se l’umanità avesse smesso di contenersi e i demoni che da sempre ci abitano fossero finalmente liberi di camminare tra noi.

Non è solo la guerra che devasta terre lontane.

Non è solo il crimine che riempie le cronache. È qualcosa di più sottile, più viscido, più quotidiano. È la violenza che si annida nei dettagli: nel tono arrogante di chi pretende senza ascoltare, nel commento velenoso che si insinua sotto un post, nella guida isterica che trasforma le strade in campi di battaglia, nel silenzio che giudica senza pietà. È una violenza che non sempre urla, ma graffia. Che non sempre colpisce con pugni, ma con parole taglienti, con sguardi che feriscono, con gesti che umiliano.

Questa violenza non si nasconde più.

Al contrario, si esibisce. Si monetizza. Si applaude. È diventata spettacolo, contenuto, intrattenimento. Siamo diventati spettatori e attori di un teatro crudele, dove il dolore altrui è merce da scambiare, da commentare, da ridicolizzare. I social, nati per connettere, sono diventati arene. Ogni notizia è un pretesto per schierarsi, insultare, polarizzare. L’algoritmo premia la rabbia, la provocazione, l’eccesso. La compassione, invece, non fa audience. Non genera click. Non vende.

Viviamo in un’epoca in cui l’indignazione è un prodotto da consumare

e la violenza è il linguaggio dominante. Ma dietro ogni gesto violento c’è una crepa. Dietro ogni insulto, una paura. Dietro ogni pugno, un grido che non ha trovato ascolto. La violenza è spesso il linguaggio di chi non sa più come dire “sto male”, “ho bisogno”, “non ce la faccio”. È il sintomo di un disagio profondo, collettivo, che non abbiamo saputo accogliere, né comprendere, né trasformare.

Siamo fragili. Siamo stanchi. Siamo feriti.

Ma invece di cercare cura, cerchiamo dominio. Invece di chiedere aiuto, attacchiamo. Invece di piangere, distruggiamo. Ci siamo convinti che la forza sia nel sopraffare, che il potere sia nell’umiliare, che il successo sia nell’annientare l’altro. E così, giorno dopo giorno, ci allontaniamo da ciò che ci rende umani.

Serve una rivoluzione.

Ma non una rivoluzione di potere. Serve una rivoluzione del linguaggio, del pensiero, del cuore. Serve una pedagogia della gentilezza, una grammatica della cura, un’estetica dell’ascolto. Serve insegnare che la forza non è nel distruggere, ma nel contenere. Che il coraggio non è nell’urlare, ma nel capire. Che la vera ribellione, oggi, è scegliere la tenerezza in un mondo che ci spinge all’odio.

Serve riscoprire il valore del silenzio che accoglie, della parola che consola, del gesto che protegge. Serve rieducarci all’umano. Ricordarci che dietro ogni volto c’è una storia, dietro ogni rabbia c’è una ferita, dietro ogni violenza c’è una richiesta d’amore che non ha trovato risposta.

Siamo ancora umani.

Ma dobbiamo ricordarci di esserlo. Dobbiamo scegliere di esserlo, prima che i demoni prendano il sopravvento. Prima che la violenza diventi l’unico linguaggio possibile. Prima che ci dimentichiamo che, in fondo, siamo fatti per abbracciare, non per colpire.

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