Irrecuperabile il Bancarottiere Seriale
Perché il bancarottiere seriale va espulso dal sistema
Introduzione
In ogni epoca, il sistema economico si è fondato su un presupposto implicito ma essenziale: la fiducia. Fiducia nel rispetto dei patti, fiducia nella tenuta dei bilanci, fiducia nella parola data e, più di tutto, fiducia nella capacità dell’uomo d’impresa di tenere separata l’iniziativa dal saccheggio. In tale orizzonte, la figura del bancarottiere seriale – soggetto che più volte e consapevolmente ha condotto alla rovina strutture societarie o patrimoni, arrecando danno ai creditori, ai lavoratori e alla collettività – rappresenta una disfunzione etica e sistemica che va affrontata con determinazione non solo giuridica, ma anche culturale.
La tolleranza verso il bancarottiere recidivo non costituisce una forma evoluta di inclusione, ma un pericoloso cedimento a logiche pseudo-perdonistiche che mettono a rischio l’ordine economico. La sua sistematica reiterazione di comportamenti distruttivi ne fa un soggetto patologicamente inadatto alla vita economica: egli non può essere riabilitato, ma isolato. Non riformato, ma rimosso.
1. Il bancarottiere seriale come possibile patologia economico-sociale: identikit di un deviante sistemico
Non si tratta di un errore isolato, né di un insuccesso legato alla congiuntura. Il bancarottiere seriale è una figura che, per reiterazione e struttura mentale, incarna una patologia dell’agire economico. Egli non è l’imprenditore che ha fallito, ma colui che si nutre del fallimento come prassi operativa, ripetendo ciclicamente modelli di gestione predatoria, evasione sistematica, distrazione di beni e falsificazione di bilanci, pur di ottenere vantaggi personali. Il danno che produce non è solo patrimoniale: è un danno antropologico, che incide sulla fiducia collettiva nelle regole del mercato, intaccando la legittimità stessa dell’impresa privata come motore di sviluppo.
Tale figura, oggi troppo spesso “normalizzata” da una narrazione debole e indulgente dell’errore imprenditoriale, andrebbe invece trattata per ciò che è: un deviante sistemico, un soggetto che sfrutta l’impianto legale dell’impresa per finalità di spoliazione, e che una volta uscito da una procedura concorsuale non si rigenera ma ricomincia, spesso spostando le proprie attività su altri veicoli societari o prestanome.
Si configura quindi una condotta che travalica il diritto penale dell’impresa per collocarsi sul piano della minaccia sociale. Come il truffatore seriale, come il recidivo violento, anche il bancarottiere seriale manifesta un’incapacità strutturale a vivere nella legalità economica: la sua recidiva non è casuale, ma è parte di un habitus. Egli rifiuta le regole perché non le considera vincolanti, e guarda alla procedura fallimentare non come a un fallimento morale, ma come a una semplice interruzione di un ciclo.
Il sistema economico sano non può tollerare, accogliere o “rieducare” chi consuma e distrugge senza costruire, chi si reinventa imprenditore senza pagare alcun prezzo reale per il danno sistemico arrecato. Non siamo di fronte a un escluso da reinserire: siamo di fronte a un agente di corrosione da espellere. Ed è qui che la giustizia – non solo penale, ma anche civile e amministrativa – deve assumere il compito di rimuovere in modo definitivo questi soggetti dal tessuto dell’impresa.
2. Il danno sistemico del bancarottiere: riflessione economica, giuslavoristica e reputazionale
L’azione distruttiva del bancarottiere seriale non si esaurisce nella sottrazione di ricchezza: essa inquina, con effetto moltiplicatore, ogni piano della realtà economica. Sul piano economico-finanziario, il soggetto recidivo mina la fiducia degli operatori nei confronti del mercato. Il creditore che non viene pagato più volte, il fornitore che si vede coinvolto in catene distributive fallimentari, la banca che registra sofferenze da soggetti notoriamente inaffidabili: tutto ciò riduce il capitale fiduciario del sistema.
Anche sul piano giuslavoristico il danno è enorme: i lavoratori sono le vittime più vulnerabili di queste gestioni predatorie. Non solo perdono il lavoro, ma lo perdono spesso senza stipendi, senza Tfr, senza tutele reali. In molti casi sono anche strumentalizzati per creare consenso politico o mediatico attorno all’impresa, fino al momento in cui essa viene abbandonata senza scrupoli.
Infine, il danno reputazionale. La reiterazione dei fallimenti non ricade solo sul singolo, ma sull’idea stessa di imprenditorialità. In contesti territoriali o settoriali ristretti, un bancarottiere seriale può condurre interi comparti a essere percepiti come inaffidabili. E il danno d’immagine è tra i più difficili da riparare.
Il bancarottiere seriale produce quindi una forma di entropia economica: distrugge valore e genera sfiducia, trascinando nella sua rovina soggetti sani, operatori onesti e risorse pubbliche. Non può essere considerato un soggetto meritevole di nuove opportunità: egli è la radice di un disordine da estirpare.
3. Il profilo psicologico del bancarottiere seriale: narcisismo, onnipotenza, deresponsabilizzazione
Alla radice della condotta del bancarottiere seriale si rinviene un quadro psicologico disturbato, spesso segnato da tratti narcisistici e da una patologica convinzione di impunità. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di soggetti privi di capacità o di intelligenza. Al contrario: il bancarottiere seriale è spesso un abile manipolatore, capace di costruire narrazioni persuasive, attirare investimenti, sedurre fornitori e convincere i dipendenti della bontà del proprio progetto, anche quando già sa di condurlo al disastro.
Il suo agire è segnato da un senso di onnipotenza che lo porta a credere di poter aggirare qualunque vincolo giuridico, fiscale o sociale. Egli si pone costantemente in una posizione di superiorità rispetto al sistema delle regole, che considera un ostacolo superabile, e non un limite etico. Questo atteggiamento è spesso accompagnato da una radicale deresponsabilizzazione: il bancarottiere non si sente mai colpevole, attribuisce il fallimento a fattori esterni, a collaboratori infedeli, al mercato, alle istituzioni, mai a sé stesso.
Si delinea così una figura che, più che trasgressiva, è disancorata dal senso di responsabilità verso gli altri. La serialità della bancarotta non è solo economica, è innanzitutto etica: è la ripetizione di un abuso della fiducia altrui, un uso strumentale delle persone e delle strutture, una visione utilitaristica e predatoria dell’impresa.
4. Le radici storiche dell’intolleranza verso il dissipatore di beni: dal diritto romano al codice di commercio del 1882
L’insofferenza verso il debitore infedele ha radici antichissime. Nel diritto romano, il fallimento non era concepito come una mera insolvibilità, ma come un disonore pubblico. Il fallito veniva spesso marchiato come infamis, e in casi estremi era passibile della venditio bonorum, che comportava la perdita dell’intero patrimonio e l’esclusione dalla vita pubblica.
Anche nei secoli successivi, il trattamento riservato al bancarottiere fu durissimo. Nel diritto medievale e nelle prassi commerciali delle città mercantili, la bancarotta disonesta veniva assimilata al furto e punita con pene corporali o con la reclusione. Il Codice di commercio del 1882, antesignano della moderna disciplina italiana, distingueva chiaramente tra fallimento semplice e bancarotta fraudolenta, prevedendo per quest’ultima pene severe e durature, a testimonianza della sua pericolosità sociale.
La storia giuridica, dunque, ci consegna un messaggio inequivocabile: il bancarottiere non è semplicemente un incapace, ma un traditore della fiducia altrui. E tale tradimento, se reiterato, merita una risposta proporzionata, che non può che essere l’esclusione definitiva dalla possibilità di fare impresa.
5. Il perdono impossibile: perché l’accesso a nuove chance è in contrasto con la giustizia redistributiva
Ogni sistema giuridico che ambisca a essere giusto deve contemperare l’esigenza di reintegrazione del soggetto deviante con quella, fondamentale, di protezione della collettività. Ma quando la devianza si fa serialità, quando il comportamento illecito diventa lo stile consolidato di vita economica, il perdono cessa di essere una virtù e diventa una colpa del sistema.
Nel caso del bancarottiere seriale, concedere nuove opportunità equivale a tradire il principio della giustizia redistributiva: si consente al predatore di tornare in gioco, mentre le vittime della sua condotta restano irrimediabilmente danneggiate. Nessun sistema è sostenibile se consente al distruttore di valore di rientrare in partita senza pagare il prezzo integrale del disastro provocato.
Per questo motivo, è necessario un cambio di paradigma: dal diritto al secondo tentativo, si deve passare al dovere di tutela della comunità economica. Il bancarottiere seriale, come il medico radiato per grave negligenza o il magistrato rimosso per corruzione, deve essere escluso per sempre dalla professione imprenditoriale.
6. La responsabilità del giudice nella valutazione della bancarotta: tra rigore necessario e rischio di abuso
Nel quadro della repressione della bancarotta, il giudice assume una funzione centrale, che trascende la mera applicazione di una norma penale. Egli è chiamato a discernere, in ogni singolo caso, tra l’imprenditore onesto che ha fallito per sventura e il bancarottiere seriale che ha utilizzato l’impresa come strumento per delinquere. Tale distinzione è, in molti casi, sottilissima, e il rischio di errore giudiziario è elevato.
La complessità tecnica dei fallimenti, l’artificiosa ricostruzione della contabilità e dei bilanci, le condotte opache e la carenza di mezzi investigativi adeguati – in un contesto normativo troppo vecchio e mai riformato – possono condurre a giudizi frettolosi, influenzati più dall’esito macroscopico dell’insolvenza che dalla reale volontà fraudolenta. Il pericolo, allora, è quello dell’automatismo punitivo, che porta a criminalizzare l’insuccesso anziché colpire il dolo.
Il giudice della bancarotta ha dunque un compito delicatissimo: applicare con rigore la legge, ma senza cedere alla tentazione della pena esemplare. Deve valutare l’intero contesto gestionale, la coerenza delle scelte d’impresa, l’eventuale ricorrenza di precedenti, la tracciabilità degli atti dispositivi e la genuinità degli sforzi per preservare la continuità aziendale.
È solo da un’analisi completa, non appiattita sull’esito ma attenta all’intenzione, che può emergere la verità giudiziaria. Ed è solo da un giudizio così strutturato che può discendere una sanzione che sia, al tempo stesso, giusta e utile: giusta perché calibrata sulla reale pericolosità sociale del soggetto, utile perché volta non alla vendetta, ma alla prevenzione.
Nell’epoca del fallimento diffuso e della crisi economica ricorrente, spetta al giudice – più che a ogni altro soggetto – il compito di non confondere l’imprenditore caduto con quello infetto. Il primo va sostenuto, il secondo rimosso. La differenza è sottile, ma su essa si gioca il futuro della legalità economica.
7. Il ruolo della società civile e delle istituzioni: disincentivare la cultura dell’impunità e dell’“imprenditore comunque”
L’eliminazione del bancarottiere seriale dal sistema non è compito esclusivo della magistratura o del legislatore: essa richiede un impegno corale della società civile, degli organi di informazione, degli enti pubblici e delle associazioni di categoria. Occorre spezzare il paradigma culturale dell’“imprenditore comunque”, per cui l’iniziativa economica è sempre e comunque un valore, anche quando è fondata su frodi, evasioni e rovine.
Gli enti pubblici, in particolare, devono adottare criteri di reputazione economico-giuridica per l’affidamento di incarichi o commesse. Le associazioni imprenditoriali devono espellere chi, pur formalmente “riabilitato”, continua a danneggiare il mercato. E i media devono smettere di raccontare la bancarotta come una semplice sfortuna o, peggio, come una tappa “romantica” della carriera imprenditoriale.
Solo se la comunità nel suo insieme ripudia la tolleranza verso la recidiva fraudolenta sarà possibile difendere la legalità economica.
8. Conclusioni: l’economia come bene comune e l’urgenza di protezione da chi la distrugge consapevolmente
Il bancarottiere seriale è, in definitiva, un nemico interno della comunità economica. Non fallisce per errore, ma per strategia. Non subisce la crisi, la usa. Non apprende dalla sanzione, la aggira.
In un’epoca in cui la fiducia è l’elemento più prezioso dell’economia, tollerare la presenza di chi ne fa sistematicamente strame significa accettare una forma di suicidio istituzionale. Occorre affermare, con chiarezza, che esistono soglie di rottura etica oltre le quali la reintegrazione non è più giustizia, ma complicità.
Espellere il bancarottiere seriale dal sistema economico non è vendetta: è difesa. Non è ritorsione: è igiene pubblica. Come una comunità sana deve isolare il portatore consapevole di un virus infettivo, così il sistema economico deve isolare chi, con consapevole reiterazione, ne mina le fondamenta.
Solo così sarà possibile restituire dignità all’impresa, fiducia al mercato e sicurezza a chi lavora onestamente. L’economia, bene comune, va difesa con rigore anche – e soprattutto – da coloro che la tradiscono sistematicamente.

