Carburanti sintetici una possibile soluzione futura?
Una soluzione non ecologica che diverrà probabilmente green
L’ormai noto accanimento terapeutico che viene costantemente applicato all’idrogeno che deve, non si sa perché, essere stoccato, trasportato e utilizzato solo ed esclusivamente allo stato liquido (temperature di mantenimento inferiore ai -200°C) e non, più facilmente, allo stato gassoso ad alta pressione.
Tale presa di posizione e l’ormai tramontata ipotesi di poterlo trasportare utilizzando delle “spugne molecolari” che lo potrebbero assorbire e trasportare senza dover utilizzare temperature o pressioni abnormi ripropone la produzione e l’impiego dei cosiddetti carburanti sintetici con la resurrezione dei motori termici.
Infatti, anche grazie alla nuova “tecnica” di determinazione della CO2 emessa effettuata su un test di poco più di 23 km ndica, come noto, che le migliori sono le mercedes GLC della serie 300 (specialmente plug in) che utilizzano delle grandi batterie e, pertanto, sono in grado di dare, in tali cicli di valutazione, dei valori bassissimi di consumi/emissioni.
In tale modo i tedeschi sono riusciti e rimettere “in pista” l’uso di motori termici diesel nelle automobili green (!).
Questo potrebbe essere il motivo per cui si torna a riparlare di carburanti sintetici, su cui occorre nuovamente fare chiarezza.
La produzione di etanolo da fonte biologica/agricola rappresenta la soluzione con il minore impatto ambientale e la miglior resa energetica.
Peccato che, come già detto più volte, tale produzione viene fatta mediante fermentazione di prodotti vegetali che solitamente hanno una destinazione alimentare, rischiando di innescare delle crisi agricole come quella che si stava manifestando in sud america, alla fine dello scorso secolo, dove l’etanolo era prodotto principalmente da cereali e canna da zucchero.
Infatti, la tanto declamata tecnologia che vaneggia sulla produzione di carburanti a partire dalla sottrazione della CO2 dall’atmosfera per produrre carburanti, omette e nega alcuni aspetti.
Il primo consiste nel costo energetico di tale operazione che richiede l’uso di energia in quantità maggiore di quella che era stata generata dall’uso che ha prodotto l’anidride carbonica da fissare.
In pratica: meglio non farlo, perché il bilancio energetico è negativo cioè si immette direttamente o indirettamente più CO2, o energia pregiata equivalente, di quanta anidride carbonica venga rimossa, con costi esorbitanti.
Tale aspetto è ben conosciuto dagli svizzeri di Hinwil, nel Canton Zurigo, dove è stato realizzato il primo impianto DAC (Direct Air Capture) ad un costo di circa 300 euro/tonnellata di anidride carbonica rimossa, quando il mercato volontario quota il valore di una tonnellata di CO2 tra i 10 e gli 80 euro, a seconda della provenienza.
Anche la soluzione islandese dei nuovi impianti DAC, che per ridurne i costi energetici utilizzano l’energia geotermica, è una “non soluzione” in quanto il vero problema che dovremo affrontare, e a breve diverrà sempre più evidente, è costituito dalla crescente quantità di calore che immettiamo nel nostro ecosistema, indipendentemente dal fatto che sia geotermico o meno.
Tornando all’affermazione contenuta nel titolo, una fonte di energia al momento poco utilizzabile è l’energia solare nei paesi desertici, perché alla produzione di energia mediante l’energia solare, pur avendo delle condizioni ottimali (p.es. assenza di nubi), non ha risolto il problema del suo trasporto.
Tale problema oggi è irrilevante perché la produzione non copre ancora il consumo locale ma nel futuro potrebbe assumere una prospettiva energetica a vasto raggio.
Infatti, ad esempio, l’idea di replicare gli impianti di Quarzazate (Marocco), 580 Megawatt su una superficie di 30 km2 dotato di un sistema di accumulo a sali fusi che consente di proseguire l’erogazione dell’energia fino a 8 ore dopo il tramonto, è molto accattivante.
Ciò è vero, specialmente, tenendo conto che il solo deserto del Sahara ha una superficie di 9.200.000 (novemilioni e duecentomila km2) e che l’energia solare viene integralmente dissipata come calore.
Se l’idrogeno non potrà essere il vettore (contenitore) energetico per trasportare l’energia, come era stato ipotizzato fin a poco tempo, fa la sintesi di carburanti sintetici, pur molto costosi, potrebbe essere una buona nuova scelta.
Infatti, occorre considerare che, anche ottimizzando il processo, non si prevede di migliorare il rapporto di 5 a 1 tra l’energia utilizzata per produrli e quella accumulata nel carburante stesso.
Inoltre, il prodotto elettivo sarebbe il metanolo, e non la benzina, che è comunque facilmente trasportabile, anche su lunghe o lunghissime distanze, come il petrolio.
In questo modo si archivierebbero le problematiche dell’elettrico (batterie, terre rare, ecc.) anche se probabilmente il costo al litro sarebbe almeno due o tre volte quello attuale.
Occorre però prendere atto che di soluzioni a buon mercato non se ne parla ne ora, ne in un futuro prossimo, come sta dimostrando agli elettroautomobilisti l’ineffabile sindaco di Roma, Manfredi, che vorrebbe imporre 1.000 euro, annuali, per consentire l’accesso alle auto elettriche nel centro di Roma.
A questo punto come poter pensare che anche tutti gli altri virtuosissimi sindaci ultra green non lo seguano?
Mala tempora non solo per i motori endotermici, ma anche per BYD, Tesla e soci: sic transit gloria mundi!

