Quando il potere entra in casa tua
Bambini e anziani tra tutela e abuso: il confine fragile della libertà
Negli ultimi anni l’Italia è stata attraversata da episodi che hanno scosso la coscienza collettiva: bambini strappati alle madri, anziani portati via dalle loro case e collocati in strutture contro la loro volontà. Scene che dovrebbero appartenere a un passato di istituzionalizzazione, ma che tornano a ripetersi, lasciando famiglie sgomente e cittadini inquieti.
La promessa della tutela
Ogni intervento di allontanamento viene giustificato con la parola “protezione”. Si dice che il bambino debba essere salvaguardato da un ambiente ritenuto inadeguato, che l’anziano debba essere assistito meglio in una struttura. La legge prevede che queste misure siano eccezionali, adottate solo quando non esistono alternative. Eppure, la cronaca ci mostra che troppo spesso la tutela diventa un automatismo, un riflesso istituzionale che non tiene conto della volontà della persona né della capacità della famiglia di prendersene cura.
Casi reali che interrogano
Il caso del piccolo “Mattia”, prelevato con la forza dalla madre e poi ammalatosi gravemente, ha mostrato quanto traumatico possa essere un allontanamento imposto. La Garante Marina Terragni ha dichiarato: «Non è ammissibile che un bambino gravemente malato venga privato della vicinanza della madre. È una violazione dei principi elementari di umanità» (Il Sole 24 Ore, dicembre 2025).
La vicenda di Carlo Gilardi, professore novantenne di Lecco ricoverato in una RSA contro la sua volontà nel 2020, ha aperto un dibattito nazionale sul ruolo dell’amministrazione di sostegno e sul rischio di trasformare la protezione in abuso.
Nel luglio 2023 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per aver obbligato un anziano al ricovero in struttura, stabilendo che «l’allontanamento forzato da casa e il collocamento in una RSA costituiscono una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare». La sentenza ha ribadito che anche chi è fragile conserva il diritto di decidere della propria esistenza.
E ancora, il caso della “famiglia nel bosco” di Arezzo, dove due bambini sono stati sottratti ai genitori dopo mesi di tentativi di mediazione, ha riacceso il dibattito sugli allontanamenti dei minori. La Garante per l’infanzia ha ricordato che «dal 2019 manca un censimento ufficiale dei minori fuori famiglia», segnalando una grave lacuna di trasparenza.
Le cause profonde
Perché accadono questi episodi? Le ragioni sono molteplici e intrecciate. Vi è la pressione istituzionale: servizi sociali e sanitari operano spesso in emergenza, con poche risorse e la necessità di “risolvere” rapidamente situazioni difficili. Vi è la paura della responsabilità: funzionari e giudici temono che, lasciando la persona in famiglia, possano verificarsi incidenti o peggioramenti e scelgono la via più sicura per loro, anche se più traumatica per chi la subisce.
Ma vi sono anche cause meno dichiarate. In alcuni casi, l’allontanamento di minori o anziani risponde a logiche economiche: le strutture residenziali ricevono fondi pubblici per ogni ospite accolto e il sistema degli appalti e delle convenzioni può trasformare la fragilità in un “mercato”. È un rischio concreto: che la protezione diventi un pretesto per alimentare interessi economici e che la persona venga ridotta a numero, a quota di bilancio, a voce di spesa.
Infine, pesa un retaggio culturale che non è mai stato del tutto superato. Nonostante Basaglia abbia aperto la strada della libertà, l’ombra delle istituzioni totali descritte da Goffman continua a influenzare pratiche e mentalità. La fragilità viene ancora percepita come qualcosa da gestire attraverso l’allontanamento, piuttosto che come una condizione da accompagnare con rispetto.
La dimensione umana
Dietro ogni norma c’è una storia. Un bambino che piange mentre viene portato via. Un anziano che non vuole lasciare la propria casa. Una famiglia che si sente impotente di fronte a decisioni calate dall’alto. La dignità non è un concetto astratto: è la capacità di riconoscere che la fragilità non giustifica la privazione della libertà.
Come ricordava Franco Basaglia, la vera cura non è rinchiudere, ma restituire possibilità. La fragilità non è un difetto da correggere, ma una condizione da accompagnare. Ogni volta che un prelievo coatto avviene senza ascolto e senza consenso, la società intera viene ferita.
Proposte civili e strumenti concreti
Di fronte a questi episodi, non basta indignarsi: occorre reagire con strumenti concreti. Le famiglie possono presentare reclamo al giudice tutelare, chiedendo la revoca o la sostituzione dell’amministratore di sostegno nominato contro la loro volontà. Possono ricorrere alla Procura della Repubblica per denunciare violazioni della libertà personale, oppure al TAR se il provvedimento proviene da un ente pubblico.
È fondamentale documentare ogni intervento: chiedere copia dei verbali, raccogliere testimonianze, segnalare abusi agli organi di garanzia come il Difensore civico o la Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Sul piano collettivo, associazioni e cittadini possono promuovere azioni di sensibilizzazione, campagne di informazione e richieste di trasparenza sui dati degli allontanamenti.
La vera sfida è trasformare la fragilità in un terreno di solidarietà, non di profitto. Pretendere che ogni decisione sia motivata, proporzionata e rispettosa della dignità. E ricordare che la libertà personale, come ci ricorda la Costituzione, è il cuore della democrazia.

