Giuda Iscariota
Il tradimento della fiducia assoluta
La figura di Giuda Iscariota non viene assunta in chiave confessionale, né ridotta a simbolo morale semplificato. Essa è letta come archetipo universale del soggetto investito di una funzione fiduciaria assoluta, che tradisce non un interesse, ma una fiducia senza riserve, e che, nel farlo, compromette non solo la relazione tradita, ma l’idea stessa di responsabilità.
Il tratto decisivo della parabola non è l’atto materiale del tradimento, bensì la rottura ontologica del legame fiduciario, seguita dal rifiuto di ogni giudizio.
- La fiducia incondizionata come fondamento dell’ordine
Ogni ordinamento autentico nasce da un atto preliminare che non è mai neutro: la fiducia.
Non una fiducia contrattata, garantita o bilanciata, ma una fiducia che si espone, che rinuncia a difendersi pienamente, che accetta il rischio dell’altro.
Nel caso di Giuda, questa fiducia è totale.
Non è fondata su verifiche, controlli, presidi. È una fiducia che precede il merito e non dipende dalla prestazione.
È la fiducia che abilita la funzione prima ancora di giudicarla.
Tradire una fiducia di questo tipo non equivale a violare una regola.
Equivale a colpire il fondamento stesso dell’ordine relazionale.
- Il tradimento dall’interno: quando la funzione diventa arma
Il tratto più grave della condotta di Giuda non risiede nella sua ostilità, ma nella sua prossimità.
Egli non tradisce da fuori, non agisce contro un sistema estraneo: opera dall’interno, grazie alla posizione ricevuta proprio in virtù della fiducia concessa.
La funzione non è per lui un limite, ma uno strumento.
La relazione non è un vincolo, ma un mezzo.
Qui il tradimento assume una qualità specifica:
- non è opposizione, ma sviamento;
- non è rottura, ma perversione della funzione.
Il soggetto non si pone contro l’ordinamento: ne utilizza le categorie, i ruoli e le aspettative per produrre l’esito distruttivo.
- La colpa dell’uomo che “sa”
Giuda non agisce nell’ignoranza.
È consapevole del valore della fiducia ricevuta, del significato del ruolo, delle conseguenze del gesto. Ed è proprio questa consapevolezza a costituire l’aggravamento della colpa.
La sua non è la colpa dell’impulso, ma quella della razionalizzazione.
Il tradimento viene interiormente giustificato come necessario, funzionale, inevitabile.
In questo passaggio si consuma una mutazione decisiva: il soggetto non si percepisce più come responsabile, ma come interprete della necessità.
La colpa non è più vissuta come colpa, ma come scelta tecnica.
È qui che l’etica viene sostituita dalla logica dell’esito.
- Tradire chi si è consegnato senza difese
Il punto più alto – e più tragico – della parabola è che il tradimento colpisce chi ha rinunciato a difendersi.
Il soggetto tradito non oppone resistenza, non ritira la fiducia, non revoca la funzione.
In termini etico-giuridici, questo significa una cosa sola: la vittima del tradimento continua a riconoscere la relazione, anche quando viene violata.
Giuda non tradisce qualcuno che lo combatte, ma qualcuno che continua a riconoscerlo come interlocutore.
Ed è questo che rende il gesto radicalmente asimmetrico e moralmente devastante.
- Il rifiuto del giudizio: negazione della responsabilità
Dopo il tradimento, la parabola avrebbe potuto rientrare nell’ordine della colpa giudicabile.
Ma Giuda compie un secondo atto, ben più grave: rifiuta il giudizio.
Nel sottrarsi al confronto con Gesù Cristo, che non lo respinge e non lo annienta, Giuda non rifiuta una condanna: rifiuta la possibilità stessa di essere giudicato.
Questo passaggio segna l’uscita definitiva dall’ordine etico.
Senza giudizio non vi è responsabilità. Senza responsabilità non vi è ricomposizione possibile.
Il suicidio, in questa prospettiva, non è espiazione, ma atto di sovranità indebita: il soggetto si erge a giudice ultimo di sé stesso e chiude ogni spazio relazionale.
- Il rifiuto del giudizio come dissoluzione dell’ordinamento
Ogni sistema può tollerare l’errore.
Può affrontare il tradimento.
Può persino rigenerarsi dopo la colpa.
Ma nessun ordinamento può sopravvivere al rifiuto della responsabilità.
Chi rifiuta il giudizio nega la relazione, distrugge la funzione, dissolve la fiducia come categoria ordinante.
In questo senso, la colpa di Giuda non è episodica, ma strutturale: mina la possibilità stessa di affidare, delegare, confidare.
- Conclusione
Giuda non è il simbolo del peccatore, ma del soggetto che tradisce la fiducia assoluta e poi rifiuta di risponderne.
La sua parabola parla a ogni tempo in cui esistano funzioni affidate, ruoli fiduciari, responsabilità non completamente controllabili.
Il suo insegnamento è radicale e scomodo: l’errore può essere giudicato, il tradimento può essere affrontato, ma il rifiuto del giudizio distrugge l’ordine stesso che rende possibile la fiducia.
Giuda non cade perché tradisce.
Giuda cade perché nega la responsabilità verso chi gli aveva creduto senza riserve.

