La legge delega sulla amministrazione di sostegno

La legge delega sulla amministrazione di sostegno

L’occasione che non possiamo perdere

Ci sono riforme che arrivano come un sussurro, altre come un colpo secco sul tavolo. La legge delega sull’amministrazione di sostegno contenuta nella legge 167/2025, entrata in vigore il 29 novembre 2025, apre ora la strada a una riforma complessiva degli strumenti di protezione giuridica delle persone con disabilità o fragilità, appartiene alla seconda categoria: non perché sia rumorosa, ma perché ci costringe a guardare in faccia ciò che per anni abbiamo preferito ignorare. Il Governo avrà 24 mesi per adottare i decreti attuativi.

Per due decenni abbiamo ripetuto che l’amministrazione di sostegno era lo strumento “più moderno”, “più umano”, “più rispettoso”. E in parte era vero. Ma la verità intera è più scomoda: troppo spesso l’AdS è stata usata come una interdizione mascherata, una scorciatoia per gestire fragilità complesse con strumenti semplici, un modo per sostituire la persona invece di accompagnarla.

La legge delega oggi ci dice, con una chiarezza che non ammette alibi che è tempo di tornare allo spirito originario dell’istituto e forse di andare oltre.

Un Paese che cambia, un diritto che deve cambiare

La riforma non nasce nel vuoto. Nasce da un Paese che invecchia, da famiglie che si sgretolano, da servizi sociali che arrancano, da giudici tutelari sommersi da ricorsi che raccontano storie di solitudine, dipendenze, fragilità psichiatriche, conflitti familiari.

Nasce soprattutto da una domanda che non possiamo più eludere: come si tutela davvero una persona fragile senza toglierle la voce?

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ci ricorda da anni che la capacità giuridica non è un premio da meritare, ma un diritto da garantire. E noi, troppo spesso, abbiamo fatto finta di non sentirlo.

Cosa promette la legge delega

La legge delega non è una riforma compiuta: è una cornice, un impegno, una direzione. Ma la direzione è chiara. Superare interdizione e inabilitazione, istituti che appartengono a un’altra epoca.

Rimodulare l’amministrazione di sostegno, riportandola alla sua natura: flessibile, proporzionata, non sostitutiva. Rimettere al centro la persona, semplificare le procedure, perché la tutela non può essere un labirinto. Rafforzare i controlli, perché la protezione senza vigilanza diventa abuso. Promuovere l’autonomia, non come slogan, ma come pratica quotidiana.

È un cambio di paradigma: dalla protezione come sottrazione alla protezione come accompagnamento.

La sfida vera: cambiare la cultura, non solo le norme

Le leggi possono molto, ma non possono tutto. La riforma sarà inutile se non cambierà il modo in cui guardiamo la fragilità. Per anni abbiamo confuso la tutela con il controllo, la protezione con la sostituzione, la cura con la rinuncia alla libertà. Abbiamo pensato che fosse più sicuro decidere al posto di chi non riusciva a decidere bene. Ma la sicurezza non può essere una gabbia. La riforma ci chiede un salto culturale: riconoscere che la persona fragile resta persona, con desideri, preferenze, dignità. Non un oggetto da amministrare, ma un soggetto da sostenere.

Un’occasione storica, se avremo il coraggio di coglierla

La legge delega è un inizio, non una fine. I decreti attuativi diranno se avremo avuto il coraggio di trasformare un principio in una pratica, un’intenzione in un sistema, una promessa in un diritto.

Ma una cosa è certa: non possiamo permetterci di fallire. Perché dietro ogni ricorso, ogni decreto di nomina, ogni relazione annuale, c’è una vita reale. C’è una persona che chiede di essere ascoltata, non sostituita. C’è una famiglia che cerca risposte, non burocrazia. C’è un Paese che deve decidere se vuole essere moderno solo nelle parole o anche nei fatti. La riforma dell’amministrazione di sostegno è una prova di maturità civile. E come tutte le prove importanti, non riguarda solo il diritto: riguarda chi siamo e chi vogliamo diventare.

Le direttive internazionali che ci chiamano a cambiare

Non siamo soli in questo percorso. Siamo parte di una comunità internazionale che da anni ci chiede di adeguarci a un modello diverso, più umano, più moderno, più giusto.

1. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD)

Ratificata dall’Italia nel 2009, è il nostro faro. L’articolo 12 afferma che:

– ogni persona ha diritto al riconoscimento della capacità giuridica in condizioni di uguaglianza;

– gli Stati devono garantire supporti alle decisioni, non sostituzioni;

– ogni misura di tutela deve rispettare volontà, preferenze e dignità della persona;

– le restrizioni devono essere proporzionate, temporanee, controllate.

È un testo che non lascia spazio a interpretazioni comode. Ci chiede di abbandonare definitivamente i modelli sostitutivi e di costruire sistemi di supporto personalizzati.

2. Le Linee guida del Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità

Il Comitato ha più volte richiamato l’Italia, sottolineando che:

– l’interdizione è incompatibile con la Convenzione;

– l’amministrazione di sostegno, così come applicata, rischia derive sostitutive;

– è necessario un sistema di supporto decisionale basato sulla volontà della persona.

3. La giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU)

La Corte ha affermato che:

– la capacità giuridica è parte integrante della vita privata;

– le restrizioni devono essere eccezionali, proporzionate e motivate;

– la persona deve essere ascoltata, sempre.

Queste non sono raccomandazioni astratte. Sono obblighi. Sono impegni. Sono la misura della nostra civiltà.

La fragilità come motivo di relazione, non di sottrazione

Questa riforma ci chiede di cambiare sguardo. Di smettere di pensare che la fragilità sia un errore da correggere. Di riconoscere che la fragilità è una condizione che riguarda tutti, in modi diversi, in momenti diversi. E allora la domanda non è più: Come proteggiamo la persona fragile? La domanda diventa: Come stiamo accanto alla persona fragile senza toglierle la voce?

La risposta non può essere una delega in bianco. Non può essere un provvedimento standard. Non può essere un automatismo. La risposta deve essere un accompagnamento. Un ascolto. Una costruzione condivisa. Una tutela che non umilia, non annulla.

Resta un nodo che nessuno vuole toccare: la responsabilità dello Stato

C’è un punto, forse il più doloroso, che questa riforma non può più permettersi di ignorare: la responsabilità dello Stato. Perché quando un amministratore di sostegno abusa del suo ruolo, quando sottrae denaro, quando manipola, quando tradisce la fiducia di una persona fragile, non è solo un individuo a fallire. È un sistema.

Un sistema che lo ha nominato. Un sistema che non lo ha controllato. Un sistema che non ha vigilato. Un sistema che, troppo spesso, ha lasciato la persona fragile sola davanti al danno.

E allora diciamolo chiaramente: non basta riformare l’istituto. Bisogna riformare la responsabilità dello Stato. Perché oggi, se un amministratore di sostegno ruba, la persona fragile deve affrontare un percorso tortuoso, lento, costoso, spesso impossibile. Deve dimostrare ciò che è già evidente. Deve inseguire un ristoro che arriva – quando arriva – troppo tardi. Deve sopportare un dolore che nessuna sentenza potrà cancellare. E questo è inaccettabile.

Serve un meccanismo chiaro, diretto, automatico di ristoro

Lo Stato non può limitarsi a dire “non sapevo”. Non può nascondersi dietro la complessità dei procedimenti. Non può scaricare sulla persona fragile l’onere di difendersi due volte: prima dall’abuso, poi dal sistema. Serve un meccanismo semplice, lineare, immediato: accertato l’abuso, accertato il danno, lo Stato risarcisce. E poi, eventualmente, si rivale sull’amministratore infedele.

È così che funziona in ogni sistema che prende sul serio la tutela. È così che si ristabilisce la fiducia. È così che si afferma un principio fondamentale: la fragilità non può essere lasciata sola davanti all’ingiustizia.

Le direttive internazionali ci chiedono anche questo

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità non parla solo di capacità giuridica. Parla di protezione effettiva, di garanzie reali, di meccanismi di ricorso accessibili e tempestivi. Il Comitato ONU lo ha detto chiaramente: gli Stati devono assicurare che le persone con disabilità siano protette da abusi e che, in caso di violazioni, esista un sistema di rimedio rapido, efficace, proporzionato.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in più sentenze, ha affermato che lo Stato è responsabile quando non vigila adeguatamente, che la tutela deve essere effettiva, non solo formale, che i rimedi devono essere concreti, non teorici. Non è un’opinione. È un obbligo.

Se non cambiamo questo, non cambiamo nulla

Perché possiamo scrivere le norme più belle del mondo, possiamo parlare di autodeterminazione, di supporto alle decisioni, di dignità, di ascolto. Ma se, quando una persona fragile viene derubata, lo Stato non interviene con forza, con rapidità, con giustizia, allora tutto il resto è retorica.

La riforma dell’amministrazione di sostegno sarà credibile solo se avrà il coraggio di dire che “Se fallisce il sistema, risponde lo Stato.” Non per generosità. Non per pietà. Ma per giustizia.

Ora tocca a noi. E non possiamo fallire

Perché le leggi non cambiano nulla se non cambiamo noi. Se non cambiano i giudici che devono ascoltare prima di decidere. Se non cambiano gli avvocati che devono difendere la persona, non la prassi. Se non cambiano gli amministratori che devono essere supporto, non sostituzione. Se non cambiano i servizi che devono essere presenti e supportare. Se non cambia la cultura che deve smettere di vedere la fragilità come un peso.

La legge delega è un’occasione storica. Una di quelle che non tornano. Una di quelle che ci dicono chi siamo e chi vogliamo diventare.

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