Bambini strappati alle famiglie
Storie di infanzia rubata senza motivo
Ogni volta che un bambino viene allontanato dalla propria famiglia, qualcosa si spezza. Non solo un legame affettivo, ma un intero universo fatto di odori, abitudini, sguardi, imperfezioni e amore. In Italia, migliaia di minori vengono sottratti ogni anno ai genitori per decisione dei servizi sociali e dei tribunali. Alcuni di questi interventi sono necessari, salvifici. Altri, invece, lasciano dietro di sé ferite che non si rimarginano.
Ma cosa accade davvero quando lo Stato decide che una madre o un padre non sono più in grado di amare?
La legge tutela, ma non sempre ascolta
L’allontanamento di un minore è previsto dall’art. 403 del Codice Civile e dalla legge 184/1983. Può avvenire in caso di grave pregiudizio per il bambino: maltrattamenti, abbandono, incuria, violenza. Ma la soglia del “grave pregiudizio” è spesso interpretata in modo discrezionale. E quando la povertà, la fragilità psicologica o un conflitto familiare diventano sinonimi di inadeguatezza, il rischio di abuso istituzionale è reale.
Nel 2023, secondo i dati del Ministero della Giustizia, oltre 26.000 minori erano fuori dalla famiglia d’origine. Di questi, più di 9.000 vivevano in comunità, lontani da ogni riferimento affettivo. Storie vere, ferite aperte
Ermanno e sua figlia: il silenzio che urla
Ermanno Brambilla, operaio di Brescia, ha visto la figlia di sei anni portata via dai servizi sociali dopo una segnalazione anonima. Nessuna violenza, nessun abuso. Solo una casa modesta, una madre depressa e un padre che lavorava troppo. “Non mi hanno mai chiesto come stavo. Hanno deciso che non ero abbastanza.” Dopo tre anni di battaglie legali, la bambina è tornata a casa. Ma non è più la stessa. “Mi chiama Ermanno, non papà.”
Lucia: madre single, colpevole di amare troppo
Lucia, 32 anni, viveva con la figlia in un monolocale a Roma. Dopo una lite con l’ex compagno, i servizi sociali hanno ritenuto l’ambiente “conflittuale”. La bambina è stata affidata a una comunità. Lucia ha tentato il suicidio. “Mi hanno tolto mia figlia perché piangevo troppo. Ma era lei la mia forza.”
Il trauma dell’allontanamento
Gli psicologi parlano di “trauma da separazione primaria”. I bambini allontanati improvvisamente sviluppano spesso disturbi dell’attaccamento, ansia, regressione, insonnia. Alcuni smettono di parlare. Altri si chiudono in un silenzio che dura anni.
Eppure, in molti casi, non viene attivato alcun percorso di supporto alla genitorialità prima dell’allontanamento. Nessun aiuto economico, nessuna mediazione familiare. Solo il taglio netto.
Giustizia o burocrazia?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un allontanamento ingiustificato può comportare il risarcimento ai genitori. Ma i procedimenti sono lunghi, estenuanti. E intanto, il tempo passa. I bambini crescono lontano dalla famiglia. I genitori si consumano nell’attesa.
Nel 2021, il Tribunale di Milano ha condannato il Comune per aver sottratto due fratelli senza motivazioni sufficienti. “La comunità non può sostituirsi alla famiglia se non in casi estremi,” ha scritto il giudice.
Quando lo Stato sbaglia: condanne ai servizi sociali
Non sono solo le famiglie a gridare. Anche i tribunali, a volte, rispondono. La sentenza n. 20928/2015 della Corte di Cassazione ha riconosciuto il diritto al risarcimento per due genitori cui era stata sottratta la figlia sulla base di una segnalazione non verificata. Nessuna indagine, nessun ascolto. Solo un sospetto. Il Comune è stato ritenuto responsabile per il comportamento negligente dei propri operatori.
Nel 2024, un’altra ordinanza della Cassazione (n. 23017) ha censurato un affidamento generico e privo di limiti temporali, sottolineando che i servizi sociali non possono agire in modo discrezionale, senza indicazioni chiare e proporzionate. “La vigilanza non è sospensione della genitorialità,” ha scritto la Corte. “E ogni intervento deve essere motivato, circoscritto, necessario.”
Queste pronunce non sono solo giuridiche. Sono etiche. Ricordano che lo Stato, quando sbaglia, non lo fa su carte. Lo fa su vite.
Le voci che chiedono ascolto
Movimenti come #Bambinistrappati e Verità per i minori raccolgono testimonianze, denunciano abusi, chiedono riforme. Ma spesso vengono ignorati, bollati come estremisti o manipolatori. Eppure, dietro ogni grido c’è una storia. Un bambino che non capisce. Un genitore che non si arrende.
Cosa possiamo fare: ricucire, non recidere
Non basta indignarsi. Non basta contare i casi, denunciare gli abusi, invocare giustizia. Serve un cambio di paradigma. Serve smettere di pensare all’allontanamento come soluzione automatica e iniziare a vederlo come estrema ratio, preceduta da ogni possibile tentativo di ricucitura. Prima di separare, bisogna ascoltare. Prima di giudicare, bisogna comprendere. Le famiglie fragili non vanno punite: vanno sostenute, accompagnate, rafforzate. Una madre che piange non è per forza pericolosa. Un padre che fatica non è necessariamente assente. E un bambino che vive in una casa modesta non è meno amato di chi cresce in una famiglia benestante.
Occorre investire in servizi sociali che non siano solo strumenti di controllo, ma presidi di cura.
Psicologi, mediatori, educatori devono entrare nelle case non per misurare il disagio, ma per alleviarlo. Le comunità educative devono essere monitorate, rese trasparenti, aperte al confronto. E i tribunali devono agire con rigore, sì, ma anche con umanità. Perché ogni decisione presa su un bambino è una decisione che plasma il suo futuro. E quel futuro non può essere costruito sulla paura, sull’isolamento, sulla rottura.
Possiamo fare molto. Possiamo scegliere di guardare, davvero. Di non voltarci dall’altra parte quando una famiglia chiede aiuto. Di non confondere la fragilità con la colpa. Di non usare la legge come bisturi, ma come filo che ricuce. Perché ogni bambino ha diritto a crescere nella sua famiglia, dove c’è amore. E ogni genitore, se non ha fatto del male, ha diritto a essere aiutato ad assistere i figli.
Perché ogni bambino ha diritto alla sua storia
Non tutti i genitori sono perfetti. Ma la perfezione non è un requisito per amare. L’allontanamento deve essere l’ultima risorsa, non la prima. Perché ogni bambino ha diritto a crescere con chi lo ama, anche se quella casa è piccola, anche se quel padre piange, anche se quella madre ha paura.
La giustizia non è solo norma. È ascolto, è empatia, è coraggio. E ogni volta che un bambino viene strappato senza motivo, è lo Stato a perdere la sua umanità.

