Israele Vs Hamas
Cronaca di atrocità reciproche: due fronti, una stessa brutalità
Di fronte alla guerra, la verità non ha bandiera. Ha solo ferite. E da quelle ferite, da entrambe le parti, continua a sgorgare sangue. Dal 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Hamas ha superato ogni soglia di brutalità, ogni limite che il diritto internazionale aveva faticosamente tracciato. Non è più una guerra tra eserciti, tra uniformi e strategie. È diventata una guerra contro i corpi, contro le madri, contro la memoria stessa. Una guerra che ha trasformato le convenzioni di Ginevra in carta straccia, che ha fatto della distinzione tra civili e combattenti un’illusione crudele.
Tutto è cominciato con un’alba di terrore.
Il 7 ottobre, Hamas ha sfondato i confini israeliani con un attacco che ha lasciato il mondo attonito. Circa 1.200 persone sono state uccise in poche ore, molte delle quali civili. Alcune dormivano, altre stavano ballando al festival musicale Supernova, che si è trasformato in un campo di sterminio. Altre ancora sono state rapite: 251 individui, tra cui bambini, anziani, stranieri. Le testimonianze parlano di esecuzioni sommarie, mutilazioni, torture. Human Rights Watch ha definito l’attacco un crimine contro l’umanità. Eppure, quello era solo l’inizio.
La risposta di Israele è stata immediata e devastante.
L’operazione “Spade di Ferro” ha colpito la Striscia di Gaza con una potenza mai vista prima. Ospedali, scuole, rifugi delle Nazioni Unite, impianti idrici: nulla è stato risparmiato. In pochi mesi, oltre 67.000 palestinesi hanno perso la vita. L’80% erano civili. Gaza è sprofondata nel buio: senza elettricità, senza acqua, senza cibo. Amnesty International ha parlato apertamente di genocidio. La Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine per crimini di guerra. Ma intanto, le bombe continuavano a cadere.
Nel 2024, la guerra si è trasformata in un conflitto diffuso,
sporco, senza regole. Hamas ha continuato a lanciare razzi verso Israele, spesso da aree densamente popolate, usando i civili come scudi umani. Israele ha risposto colpendo anche quando sapeva che tra le macerie c’erano bambini, donne, anziani. Hamas ha nascosto armi tra i letti degli ospedali, nei corridoi delle scuole. Israele li ha colpiti lo stesso. La distinzione tra combattente e innocente si è dissolta come sabbia nel vento. Ogni attacco è diventato un atto di disperazione o di vendetta. Ogni difesa, una nuova offesa.
Ma il conflitto non è rimasto confinato a Gaza.
Israele ha esteso le sue operazioni ben oltre i confini. In Libano, ha colpito le postazioni di Hezbollah nel sud del Paese. In Siria, ha bombardato basi iraniane e milizie sciite. In Iraq e in Qatar, ha condotto operazioni segrete contro convogli e basi logistiche. Nel Mar Rosso, ha intercettato e abbattuto droni lanciati dagli Houthi dello Yemen. In Iran, ha lanciato cyberattacchi e raid mirati contro siti strategici. Il conflitto è diventato regionale.
E il rischio globale, più che una possibilità, è diventato una minaccia concreta.
Poi, nell’ottobre del 2025,
dopo mesi di trattative, è arrivata la firma di un accordo preliminare di pace. Ma la pace, in questa guerra, è solo una parola. Pochi giorni dopo la firma, Hamas ha diffuso un video agghiacciante: otto uomini, accusati di collaborare con Israele, vengono giustiziati in piazza. Le mani legate, gli occhi bendati, i corpi crivellati di colpi davanti a una folla muta. Nessun processo. Nessuna prova. Solo terrore. Come se la violenza fosse più forte della parola data. Come se la pace fosse un’illusione da smentire con il sangue.
Nel frattempo, nella Striscia di Gaza, la repressione interna si è intensificata.
Si moltiplicano le torture, le gambizzazioni, le esecuzioni sommarie. Hamas richiama 7.000 uomini, nomina nuovi governatori militari. La popolazione vive tra le macerie e la paura. Non c’è più distinzione tra guerra esterna e guerra interna. La Striscia è diventata una prigione a cielo aperto, dove la legge è dettata dalla forza e la speranza è un lusso che nessuno può permettersi.
Israele, dal canto suo, continua a essere bersaglio di attacchi
non solo da parte di Hamas. Hezbollah, dal Libano, ha lanciato razzi. Milizie sciite in Siria e Iraq hanno colpito con droni e missili. Gli Houthi dello Yemen hanno tentato incursioni nel Mar Rosso. E l’Iran, secondo le autorità israeliane, è il grande regista occulto di queste offensive, il finanziatore, il coordinatore, il burattinaio. Il conflitto ha assunto una dimensione regionale, e le sue onde d’urto minacciano di travolgere l’intero equilibrio geopolitico del Medio Oriente.
E mentre la diplomazia si affanna, la giustizia internazionale osserva, indaga, ma non ferma.
I bambini continuano a morire. Le madri continuano a seppellire.
Gli ostaggi vengono scambiati, a volte restituiti già morti. Le istituzioni si insediano tra le rovine, come se bastasse una firma per ricostruire ciò che è stato ridotto in cenere. Ma la pace, in questo scenario, resta una parola scritta sul sangue.
La guerra non è un errore. È una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, ogni volta che si preme un grilletto, ogni volta che si lancia un razzo, ogni volta che si decide di colpire sapendo che ci saranno vittime innocenti. Tutti parlano di diritto. Di legittima difesa. Di giustizia. Ma chi ha visto un bambino senza gambe, chi ha sentito il pianto di una madre che stringe un corpo senza volto, sa che non c’è giustificazione. Non c’è parte giusta. Non c’è bandiera che tenga.
La guerra è il fallimento dell’intelligenza umana.
È la resa della compassione. È la vittoria del silenzio sulle parole. Non ha vincitori. Solo superstiti e tombe. E anche quando si firma la pace, la guerra continua a mentire. Perché la pace, senza giustizia, senza memoria, senza verità, è solo un’altra tregua tra due atrocità.

