Pestare l’acqua nel mortaio

Pestare l’acqua nel mortaio

Quando il gesto non trasforma e la lezione è imparare a fermarsi

Pesto.

Pesto l’acqua nel mortaio.

Il gesto è antico, il suono familiare.

Il braccio si muove, il pestello affonda, l’acqua si agita.

Ma non cambia.

Non si addensa.

Non diventa altro.

Abba issu pistone, pista. Abba este e abba s’istada.”

Pesta l’acqua nel mortaio.

È acqua e acqua rimane.

Un proverbio sardo che non consola, non addolcisce, non promette.

Dice la verità nuda: ci sono gesti che non servono.

Ci sono battaglie che non trasformano.

Ci sono dolori che non si risolvono.

E continuare a pestare è solo un modo per non accettare.

L’illusione del gesto

Viviamo in una cultura che ci insegna a non fermarci mai.

A correggere, a migliorare, a lottare.

A non accettare mai il limite.

Ma ci sono situazioni in cui il gesto è solo rumore.

Un movimento che non produce cambiamento, ma solo stanchezza.

Un’azione che non genera evoluzione, ma solo frustrazione.

Come voler scolpire il vento.

Come voler insegnare al mare a stare fermo.

Come voler riportare il fiume alla sorgente.

Il fiume scorre verso il mare

Non torna indietro.

Non per ribellione, ma per natura.

Scorre, si piega, si adatta, ma va sempre avanti.

E voler invertire il suo corso è come voler riscrivere le leggi dell’universo.

È un gesto che non cambia nulla, se non la nostra illusione di controllo.

E allora, pestare l’acqua nel mortaio è questo:

un tentativo di trattenere ciò che scorre,

di trasformare ciò che non vuole e non può essere trasformato,

di cambiare ciò che è già compiuto.

Il mortaio come teatro dell’accanimento

Il mortaio è antico, solido, pesante.

È il luogo dove si crede che ogni gesto abbia un effetto.

Ma quando dentro c’è solo acqua, il gesto è vuoto, inutile.

È una danza che non lascia traccia.

Un rituale che non produce miracoli.

E allora, forse, il vero atto rivoluzionario è fermarsi.

Guardare l’acqua.

Riconoscerla.

E lasciarla essere.

Accettare il limite

Non tutto può essere cambiato.

Non tutto deve essere trasformato.

Ci sono relazioni che non si ricompongono.

Ci sono verità che non si piegano.

Ci sono ferite che non si rimarginano.

E in quei casi, pestare è solo un modo per non ascoltare.

Per non vedere.

Per non sentire.

Per non accettare.

La preghiera silenziosa

In fondo, è la stessa saggezza che attraversa una antica preghiera:

“Dammi la forza di cambiare ciò che posso,

la serenità di accettare ciò che non posso

e la saggezza per distinguere la differenza.”

Il proverbio sardo lo dice con meno parole.

Ma è la stessa verità:

“abba este e abba s’istada.”

E’ acqua e resta acqua.

Impara a Fermarti, Impara a Lasciare Andare

Se ti ritrovi a pestare l’acqua nel mortaio della tua vita — in relazioni, progetti, pensieri — fermati. Osserva. Ascolta. Riconosci ciò che non può essere cambiato. Non è resa, è saggezza.

Pratica il silenzio attivo: ogni giorno, prenditi un momento per chiederti se stai agendo per trasformare o solo per non accettare.

Scegli il gesto che libera, non quello che consuma: lascia andare ciò che non risponde, ciò che non si trasforma. Fai spazio al nuovo.

Condividi questa riflessione se ti ha toccato, se ti ha fatto pensare, portala a chi ancora pesta l’acqua sperando nel miracolo. A volte, il miracolo è smettere.

Agisci con consapevolezza: oggi, scegli un gesto che ha senso. E se non lo trovi, scegli il non-gesto. Anche quello è azione.

Commenta e contattami: se questa immagine ti ha parlato, se hai vissuto momenti simili, se vuoi condividere la tua esperienza o semplicemente dire la tua, scrivimi.

Le parole che nascono dal silenzio sono spesso le più vere.

Perché riconoscere il limite non è debolezza.

È il primo passo verso la libertà.

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