Suicidio assistito in Sardegna
Il diritto di morire in una sanità che non garantisce il diritto di vivere
La Sardegna ha recentemente approvato una legge che regola il suicidio medicalmente assistito, diventando la seconda regione italiana, dopo la Toscana, ad offrire un percorso strutturato per chi, affetto da malattie irreversibili e dipendente da trattamenti vitali, sceglie consapevolmente di porre fine alla propria vita.
La norma prevede tempi certi, assistenza gratuita e la possibilità di morire in ospedale, in hospice o persino a domicilio.
Per molti è un passo avanti nei diritti civili. Per me, invece, è un segnale inquietante. Da cattolica, credo che la vita sia un dono sacro, non disponibile alla volontà individuale. La sofferenza, per quanto estrema, non giustifica l’interruzione volontaria della vita.
La risposta cristiana è la cura, la prossimità, la compassione. E anche la normativa italiana, con la L. 219/2017, riconosce il diritto a rifiutare trattamenti sproporzionati, evitando l’accanimento terapeutico. Ma questo è ben diverso dal suicidio assistito, che implica un atto diretto contro la vita.
Il paradosso sardo: si garantisce la morte, ma non la cura
Quello che più mi colpisce è il paradosso: in Sardegna si garantisce il diritto a morire in tempi certi, mentre per una semplice ecografia si può attendere oltre un anno. Le liste d’attesa sono talmente lunghe che la Regione ha dovuto stanziare milioni di euro per acquistare prestazioni da privati accreditati, nel tentativo di alleggerire la pressione sul sistema pubblico.
E mentre si normano tempi e procedure per morire, i cittadini continuano a fare i conti con agende bloccate, CUP intasati e visite specialistiche rimandate di mesi.
È come se la morte fosse diventata più accessibile della vita. Come se il sistema sanitario, incapace di offrire cure tempestive e dignitose, trovasse nella morte una scorciatoia. Una via d’uscita che solleva lo Stato dal dovere di prendersi cura.
Una sanità allo stremo: 467 ambulatori senza medico di base
La situazione è ancora più grave nei piccoli comuni dell’interno, dove molti paesi non hanno nemmeno un medico di base. Secondo i dati aggiornati al 2025, in Sardegna ci sono 467 ambulatori vacanti e oltre 320.000 cittadini senza medico di famiglia. In alcune zone, come Nuoro e il Nord Sardegna, la scopertura supera il 40%. A Sassari, mancano 76 medici per garantire un medico ogni 1500 pazienti, come previsto dagli standard nazionali.
E il problema non è solo numerico. È generazionale, culturale, sistemico. I giovani non scelgono più questa professione: troppi ostacoli per conseguire la laurea, troppa burocrazia, troppa solitudine. La medicina generale è diventata un regno di elite, mal retribuito e poco attrattivo. E così, mentre i medici vanno in pensione, i pazienti restano senza cure.
Questa crisi non è solo organizzativa, ma etica. Come possiamo parlare di libertà di scelta, se non siamo in grado di offrire alternative alla disperazione? Come possiamo garantire il diritto a morire, se non garantiamo il diritto a vivere dignitosamente, con cure accessibili, medici presenti e assistenza umana?
Una legge che solleva interrogativi morali e politici
La legge sul suicidio assistito è stata presentata come un atto di civiltà, ma in una regione dove il diritto alla salute è così compromesso, rischia di apparire come una scorciatoia ideologica. Si normano tempi e procedure per morire, ma non si garantiscono percorsi dignitosi per vivere. Si parla di libertà, ma quale libertà può esistere quando mancano le alternative?
La vera civiltà non sta nel normare la morte, ma nel prendersi cura della vita. Se davvero vogliamo essere una regione che rispetta la dignità umana, dobbiamo iniziare col garantire la salute, la vicinanza, la speranza. Solo allora potremo parlare di scelte libere e consapevoli.
Chiamiamo le cose con il loro nome
È tempo che le istituzioni regionali ascoltino davvero i cittadini. È tempo che la politica torni a occuparsi della vita, non solo della morte. Devono essere predisposti investimenti seri nella sanità pubblica, nella medicina territoriale, nelle cure palliative. Non possiamo accettare che il diritto a morire sia garantito, mentre quello a vivere sia messo in secondo piano.
Non possiamo accettare che la Sardegna diventi la terra dove si muore con dignità, ma si vive nell’abbandono. Dove si può scegliere di morire in tempi certi, ma non si può scegliere di curarsi in tempi umani. Dove la compassione si traduce in procedure, ma non in presenza.
Le storie che non fanno rumore
Hai vissuto in prima persona le difficoltà della sanità sarda? Hai dovuto attendere mesi per una visita, o ti sei trovato senza medico di base? Hai accompagnato un familiare nel dolore, senza il supporto che meritava? Condividi la tua esperienza. Racconta la tua storia. Solo facendo emergere le voci di chi vive queste ingiustizie ogni giorno possiamo costruire una coscienza collettiva ed avere un cambiamento reale.
Scriviamo, parliamo, denunciamo. Facciamoci sentire. Perché il silenzio, in questo caso, non è dignitoso. È complice. E la dignità, quella vera, non si misura nel modo in cui si muore. Si misura nel modo in cui si vive.

