Gaza sotto assedio

Gaza sotto assedio

La vendetta che diventa annientamento

Gaza non è più una città. E’ un grido soffocato, un campo di polvere e sangue, un luogo dove il tempo si è fermato sotto le macerie. Dal 15 settembre 2025, l’invasione terrestre israeliana ha trasformato la Striscia in un deserto umano, dove ogni edificio distrutto è una storia spezzata, ogni corpo sotto le rovine è una domanda che il mondo non vuole ascoltare. L’operazione “Carri di Gedeone II” non è solo una manovra militare: è una punizione collettiva, una strategia di svuotamento, forse una cancellazione.

Israele dichiara di voler distruggere Hamas

Ma Gaza non è Hamas. Gaza è un milione di bambini, è madri che partoriscono sotto le bombe, è medici che operano senza luce, è insegnanti che scrivono su muri sbriciolati. Eppure, tutto viene colpito: ospedali, scuole, mercati, moschee, chiese. Il cielo è nero di droni, la terra è rossa di sangue.

Le radici del conflitto: una terra contesa, una memoria ferita

Il conflitto israelo-palestinese non nasce nel 2023, né nel 1948. Le sue radici affondano nel XIX secolo, quando il movimento sionista, fondato da Theodor Herzl, propone la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. A partire dal 1882, iniziano le prime ondate migratorie ebraiche, intensificate dopo i pogrom in Russia e l’antisemitismo europeo.

Nel 1917, la Dichiarazione Balfour del governo britannico promette agli ebrei una “dimora nazionale” in Palestina, allora sotto dominio ottomano, senza consultare la popolazione araba locale. Le tensioni crescono.

Dopo la Shoah

lo sterminio sistematico di circa sei milioni di ebrei europei da parte del regime nazista tra il 1939 e il 1945, il sostegno internazionale alla causa sionista aumenta. La Shoah non è solo una tragedia: è una ferita incisa nella carne della storia. Campi di sterminio come Auschwitz, Treblinka, Mauthausen hanno inghiottito intere generazioni. La memoria di quel genocidio ha legittimato, agli occhi del mondo, la nascita dello Stato di Israele nel 1948. Ma quella memoria, oggi, viene invocata per giustificare l’ingiustificabile.

Nel 1948, con la proclamazione dello Stato di Israele, scoppia la prima guerra arabo-israeliana. Circa 700.000 palestinesi vengono espulsi o fuggono: è la Nakba, la “catastrofe”. Da allora, il conflitto si è alimentato di guerre, occupazioni, intifada, fallimenti diplomatici e ferite mai rimarginate.

La giustificazione ufficiale: sicurezza o vendetta?

L’attacco del 7 ottobre 2023 ha lasciato Israele ferito, umiliato, terrorizzato.

Hamas ha ucciso, rapito, violato confini e simboli. La risposta israeliana è stata immediata, totale, implacabile. Ma la vendetta ha superato la misura. Oltre 64.000 palestinesi uccisi, la maggior parte civili. Interi quartieri rasi al suolo. Centinaia di migliaia di sfollati senza rifugio, senza acqua, senza speranza.

Il governo Netanyahu parla di “necessità esistenziale”. Ma le parole dei suoi ministri raccontano altro: “Gaza deve sparire”, “Non daremo da mangiare ai nostri nemici”, “I palestinesi devono andarsene”. Non è più solo guerra. È una strategia di svuotamento, di cancellazione. È la negazione di un popolo.

Il diritto internazionale: norme violate e giurisdizione negata

Israele, in quanto potenza occupante (secondo la definizione ONU), è vincolata al rispetto delle Convenzioni di Ginevra del 1949: IV Convenzione: tutela della popolazione civile, Art. 33: vieta la punizione collettiva, Art. 49: vieta il trasferimento forzato.

Le operazioni militari israeliane, che hanno causato distruzione sistematica di infrastrutture civili, configurano violazioni gravi di questi principi.

La Corte Penale Internazionale (CPI), istituita dallo Statuto di Roma del 1998, ha aperto indagini sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

Tuttavia Israele non ha ratificato lo Statuto di Roma, quindi non è uno Stato parte.

La CPI non può esercitare giurisdizione diretta su Netanyahu o altri leader israeliani se si trovano in Israele o in Stati non cooperanti.

I mandati d’arresto richiesti nel 2024 per Netanyahu e Gallant restano in sospeso, ostacolati da pressioni politiche e veti internazionali.

Il diritto è chiaro. Ma la giustizia è ostaggio della geopolitica.

Il silenzio degli Stati: complicità travestita da prudenza

Gli Stati Uniti continuano a fornire armi e copertura diplomatica a Israele. I Paesi europei mantengono una posizione ambigua. Anche molti Stati arabi, pur condannando l’offensiva, non agiscono concretamente.

Il silenzio non è neutrale. È scelta. È complicità. È paura di perdere alleanze, di disturbare equilibri, di essere accusati di antisemitismo. Ma mentre i governi esitano, i bambini muoiono. Mentre i diplomatici scrivono comunicati, le famiglie scavano con le mani tra le macerie.

Una strategia più profonda: Gaza come vuoto geopolitico

Dietro la distruzione, c’è un disegno. Gaza deve diventare invivibile. Deve svuotarsi. Deve cessare di esistere come luogo, come comunità, come simbolo. Alcuni membri del governo israeliano parlano apertamente di “trasferimento permanente” dei palestinesi verso l’Egitto. Non è solo guerra: è ingegneria demografica. È pulizia etnica. È negazione del diritto all’esistenza.

Cultura, memoria, identità: tutto sotto attacco

Non si distruggono solo edifici. Si distruggono archivi, biblioteche, musei, luoghi di culto. Si cancella la memoria. Si spezza la continuità di un popolo. Gaza non è solo un territorio: è una narrazione, una storia, una voce. E quella voce viene soffocata.

Gaza ci riguarda tutti

Quello che accade a Gaza non è un conflitto lontano. È una ferita aperta nel diritto, nella storia, nella dignità umana. È il fallimento della comunità internazionale. È il trionfo della forza sulla giustizia. È il momento in cui il mondo dovrebbe dire: basta!

Ma il mondo tace.

E Gaza brucia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.