Commercialisti al punto di non ritorno

Commercialisti al punto di non ritorno

La rivolta dei commercialisti contro la retorica del cambiamento e le riforme che non riformano

I commercialisti non sono più disposti a farsi prendere in giro. Basta slogan, basta giochi di potere, basta riforme scritte male. È ora di parlare chiaro.

Siamo arrivati al punto di rottura. Non per stanchezza, ma per dignità. I commercialisti italiani non sono più disposti a subire in silenzio. Non sono più disposti a farsi rappresentare da chi li usa come pedine, da chi li cerca solo in campagna elettorale, da chi li tradisce con riforme scritte male e promesse vuote. È finita l’epoca della diplomazia. È tempo di verità.

Ogni tornata elettorale si ripete lo stesso copione

I soliti volti, le solite promesse, le solite strategie. Cambiano le grafiche, cambiano gli slogan, ma non cambia la sostanza. Si parla di “cambiamento”, di “giovani”, di “futuro”. Ma dietro le parole si nasconde la solita fame di potere. La solita corsa alla poltrona. La solita logica di spartizione.

Nel frattempo, la professione affonda. Gli studi arrancano. I margini si assottigliano. Le scadenze si moltiplicano. I portali si bloccano. I clienti chiedono miracoli. E noi, in mezzo, a fare da parafulmine. Senza tutele, senza protezioni, senza voce.

I numeri parlano chiaro

Oltre il 60% dei commercialisti lavora più di 50 ore a settimana, spesso senza un adeguato riconoscimento economico.

Il 40% degli studi professionali ha visto una riduzione dei margini negli ultimi tre anni, complice l’aumento della burocrazia e l’instabilità normativa.

Solo il 12% dei giovani iscritti riesce a entrare stabilmente nel mercato entro i primi tre anni dalla laurea: il resto si arrangia tra collaborazioni precarie e incarichi sottopagati.

Più del 70% dei professionisti ritiene che il Consiglio Nazionale non rappresenti in modo efficace le esigenze della categoria.

Il 55% degli iscritti non partecipa alle elezioni perché non crede che il voto possa realmente cambiare le cose.

Questi dati non sono opinioni

Sono il termometro di una professione in sofferenza. Eppure, chi dovrebbe tutelarci continua a parlare di “visioni strategiche”, di “modernizzazione”, di “riforme”. Ma quali riforme?

Quelle che creano iscritti di serie A e serie B? Quelle che escludono i giovani? Quelle che complicano la vita agli studi invece di semplificarla?

La riforma del tirocinio è l’emblema di questa deriva

Un pasticcio normativo che ha impedito ai laureandi di iniziare il percorso prima della laurea, allungando i tempi, scoraggiando gli studenti, creando ostacoli inutili. Una scelta miope, discriminatoria, che ha colpito proprio quei giovani che si dice di voler valorizzare.

Non è una guerra tra giovani e anziani: anticipare il praticantato senza una revisione parallela del sistema previdenziale significa creare una generazione di professionisti penalizzati, con carriere più lunghe, ma meno tutelate. È una riforma che, se non corretta, rischia di essere ingiusta e insostenibile.

E il governo, giustamente, l’ha fermata. Ma nessuno ha chiesto scusa. Nessuno ha fatto autocritica. Nessuno ha avuto il coraggio di dire: abbiamo sbagliato!

Bisogna elaborare regole giuste ed eque, in un sistema in grado di tutelare tutti, non solo chi conviene, ma quando qualcuno prova a sollevare critiche, ecco che parte la scorciatoia retorica: si grida alla “guerra generazionale”, si parla di “sangue dei giovani”, si costruisce una narrazione comoda, ma fuorviante, utile solo a spostare l’attenzione dal punto centrale: il vero vulnus democratico è una riforma che divide gli iscritti in serie A e serie B, che crea corsie preferenziali per pochi, che ignora il principio di equità.

E poi, diciamolo chiaramente

Nel testo della riforma non c’è nulla che migliori davvero la vita degli iscritti. Nessuna competenza in più. Nessuna semplificazione. Nessuna misura concreta per il lavoro quotidiano. Solo due norme scritte con chiarezza: la modifica del sistema elettorale – piena di ombre di incostituzionalità – e l’anticipo del praticantato, riservato a pochi, con conseguenze previdenziali gravi.

Nel frattempo, il Consiglio Nazionale si muove come un fortino chiuso. Le decisioni vengono prese in stanze riservate, senza confronto, senza ascolto. Il sistema elettorale viene modificato in modo opaco, con regole che sembrano fatte apposta per escludere chi non è allineato. E chi prova a dissentire viene isolato, ignorato, delegittimato. La democrazia interna è un simulacro. La partecipazione è scoraggiata. Il dissenso è visto come una minaccia.

I giovani vengono usati come bandiera, come slogan, come decorazione

Si parla di inclusione, di opportunità, di formazione. Ma poi, quando si tratta di fare scelte concrete, si chiudono le porte. Le commissioni sono blindate. I ruoli decisionali sono riservati. Le idee nuove vengono snobbate. E così, la professione invecchia, si chiude, si spegne.

Sempre meno giovani scelgono di diventare commercialisti. E chi ci prova, spesso abbandona. Troppa fatica, troppo poco riconoscimento. Nessuna strategia per invertire la rotta. Nessuna visione. Solo retorica.

E mentre la base soffre, i candidati si muovono come se nulla fosse

Convinti che basti organizzare corsi di formazione per raccogliere voti. Convinti che basti una locandina, una stretta di mano, un attestato per conquistare consensi. Convinti che la categoria sia un pubblico da intrattenere, non una comunità da servire. E non si fanno scrupoli ad allearsi con chiunque, pur di garantirsi un posto al sole. La coerenza? Un dettaglio. L’etica? Un optional. La credibilità? Un fastidio.

Ma i colleghi non sono ingenui

Non basta agitare uno slogan per far loro dimenticare la realtà in cui lavorano. Sanno bene quali difficoltà affrontano ogni giorno e non sarà certo un post su Facebook a risolverle.

La rappresentanza non è un privilegio. È una responsabilità. Essere eletti non significa avere un titolo da esibire. Significa mettersi al servizio. Significa ascoltare, capire, agire. Significa difendere la dignità di migliaia di colleghi che ogni giorno combattono con problemi reali, concreti, urgenti. E invece, troppo spesso, chi viene eletto si dimentica della base, si chiude nei palazzi, si circonda di fedelissimi.

Io non ci sto più!!!

Non voglio più restare in silenzio mentre la professione viene svuotata, mentre i giovani vengono esclusi, mentre le scelte vengono fatte per convenienza e non per giustizia. Voglio una rappresentanza che sia libera, autentica, coraggiosa. Voglio qualcuno che metta da parte l’ambizione personale e si metta davvero al servizio dei colleghi. Voglio trasparenza, competenza, verità.

Requisiti che mancano sia nella lista creata per mantenere lo status quo ante, sia in quella antagonista, ma interessata comunque solo alla conquista delle “poltrone”.

I commercialisti meritano rispetto.

Non slogan. Non giochi di potere. Non scorciatoie retoriche. Meritiamo una rivoluzione culturale. E io, come tanti altri, non ho più intenzione di tacere.

Ora tocca a noi!

Se anche tu sei stanco di essere ignorato, se anche tu vuoi una rappresentanza vera, se anche tu credi che la professione meriti di più, allora non restare a guardare.

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