Il prezzo di una perizia sbagliata

Il prezzo di una perizia sbagliata

Il silenzio su una verità che lo Stato ha scelto di non vedere

Nel novembre del 1995, Angela Lucanto aveva sei anni. Viveva a Milano con i suoi genitori, frequentava la scuola e ogni giorno la madre la aspettava alla fermata dello scuolabus. Era una bambina come tante, con le sue routine, i suoi giochi, le sue sicurezze. Ma un giorno, Angela non tornò a casa. Era stata prelevata direttamente a scuola dai servizi sociali, su disposizione del Tribunale per i Minorenni. Nessun preavviso, nessun saluto. Nessuna possibilità per i genitori di sapere, di intervenire, di difendersi.

Angela non fu rapita da criminali. Fu sottratta dallo Stato. E lo Stato, in quella storia, non fu né prudente né giusto.

Come iniziò tutto

L’origine del caso Lucanto fu una menzogna. Una cugina quattordicenne, dichiarò agli assistenti sociali di essere stata abusata sessualmente dal padre di Angela, Salvatore Lucanto. Disse anche di aver assistito ad abusi sulla stessa Angela.

Queste dichiarazioni, mai verificate, furono prese per vere. Nessuna visita medica, nessuna testimonianza diretta, nessuna conferma da parte della bambina. Angela non denunciò nulla. Anzi, negò sempre ogni abuso. Ma la sua voce non fu ascoltata.

La macchina giudiziaria si mise in moto con una rapidità inquietante. Il Tribunale per i Minorenni di Milano dispose l’allontanamento immediato di Angela dalla famiglia. Fu prelevata da scuola da un’assistente sociale e due carabinieri. I genitori non furono informati. Non ci fu alcuna possibilità di difesa preventiva. Nessuna udienza. Nessuna verifica. Nessuna prudenza.

Angela fu collocata in una struttura protetta. Lì, nella sua cameretta disegnava bambole. Finché una operatrice le chiese di disegnare un fantasma. Quell’unico disegno, interpretato da una psicologa come “simbolo fallico”, fu usato come conferma dell’ipotesi di abuso. Nessuna visita medica, nessuna confessione, nessuna prova. Solo quel disegno e una lettura arbitraria.

Anni dopo, durante il processo d’appello, una perizia psichiatrica sulla cugina rivelò la presenza di disturbi mentali. Ma ormai il danno era stato fatto: il padre era stato arrestato, intanto ad Angela raccontavano che la sua famiglia l’aveva abbandonata, che nessuno più si preoccupava per lei… le dissero che i suoi genitori erano morti… era stata dichiarata adottabile e la famiglia era stata ormai spezzata.

Il processo e l’adozione

Il padre, Salvatore Lucanto, fu arrestato e condannato in primo grado a 13 anni di reclusione. Ma in appello fu assolto con formula piena: “il fatto non sussiste”. La Corte riconobbe che non vi era alcuna prova concreta degli abusi. Tuttavia, Angela era già stata dichiarata adottabile e affidata a un’altra famiglia. Aveva cambiato cognome. Aveva perso tutto.

Nel 2006, la Corte di Cassazione rigettò il ricorso della famiglia Lucanto contro l’adottabilità, sostenendo che “l’interesse del minore prevale”. Ma quale interesse? Quello costruito su una menzogna? Quello fondato su una diagnosi mai dimostrata?

La giustizia penale aveva assolto. Ma quella civile non tornò indietro. E Angela, nel frattempo, cresceva lontana dalla verità.

Il ritrovamento: la battaglia di un padre

Angela fu ritrovata quando era ancora minorenne. Fu il padre, Salvatore Lucanto, a non arrendersi mai. Per anni, combatté contro il silenzio delle istituzioni, contro le sentenze, contro l’oblio. Studiò documenti, incrociò dati, cercò ogni possibile traccia. E alla fine, riuscì a risalire al nuovo cognome di Angela, a scoprire dove si trovava e a contattarla.

Angela, cresciuta con una verità distorta, inizialmente non credeva. Ma l’incontro con i suoi veri genitori le aprì gli occhi. Capì che non era stata abbandonata. Che non era orfana. Che tutto ciò che le era stato raccontato — la morte, il rifiuto, il silenzio — era una costruzione artificiale, imposta per giustificare un allontanamento basato su una perizia infondata.

Il loro ricongiungimento fu commovente. Angela era ancora una ragazza, ma già abbastanza grande per comprendere l’enormità dell’errore. E fu da quel momento che iniziò la sua battaglia per raccontare la verità.

Le sentenze che raccontano il dolore

Il processo penale si concluse con l’assoluzione piena del padre. La Corte d’Appello riconobbe che non vi era alcuna prova concreta. La perizia psicologica, basata su un disegno infantile, fu smontata. Ma la giustizia civile non tornò indietro.

Angela fu adottata. La sua identità fu cancellata. E quando la verità emerse, nessuno pagò. Nessuno chiese scusa. Nessuno mise in discussione il metodo.

Nel 2010, Angela testimoniò di fronte alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Raccontò la sua storia, chiedendo che nessun altro bambino venisse separato dai genitori senza prove. Il Parlamento ascoltò. Ma non agì.

Il problema dei test proiettivi e la distinzione necessaria

Molti psicologi forensi utilizzano ancora test come il Rorschach, il TAT o il CAT, strumenti che la comunità scientifica considera ad alto rischio di interpretazione soggettiva. Questi test sono definiti “proiettivi” perché si basano sull’interpretazione simbolica di immagini, racconti o disegni. Il problema è che non sono standardizzati, non sono riproducibili e non garantiscono un controllo oggettivo. In ambito giudiziario, questo può essere devastante.

Nel caso Lucanto, il disegno di un fantasma fu interpretato come simbolo fallico. Non esisteva alcun protocollo scientifico a supporto di quella lettura. Nessuna verifica medica. Nessuna conferma. Solo un’ipotesi, trasformata in verità giudiziaria.

Le linee guida dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica e dell’Ordine degli Psicologi del Lazio raccomandano di evitare l’uso di test proiettivi come prova in tribunale. Tra quelli considerati inadeguati vi sono: Rorschach, TAT (Thematic Apperception Test), CAT (Children’s Apperception Test), Disegno della famiglia, della figura umana, del fantasma.

Al contrario, i test considerati adeguati in ambito forense minorile sono: WISC-IV / WISC-V, WPPSI-III, Raven’s Progressive Matrices, Vineland Adaptive Behavior Scales, CBCL, MMPI-A, BASC-3.

Ogni test deve essere affiancato da colloqui clinici, osservazione diretta e anamnesi e tutte le operazioni peritali devono essere verbalizzate e accessibili alle parti. Il contraddittorio non è un dettaglio: è un diritto.

La giurisprudenza più recente

Negli ultimi anni, la giurisprudenza italiana ha iniziato a riconoscere i limiti delle perizie psicologiche non validate e dei test proiettivi: Tribunale di Benevento, Sent. n. 1947/2016, Cassazione Penale, Sez. V, Sent. n. 46486/2023, Cassazione Penale, Sez. III, Sent. n. 29848/2017

Nel 2025, tre nuove sentenze hanno rafforzato questa direzione: Tribunale di Roma, Sent. n. 5096/2025; Tribunale di Marsala, Sent. n. 117/2025; Tribunale di Velletri, Sent. n. 281/2025

Queste sentenze confermano che la giustizia italiana sta lentamente correggendo il tiro. Ma il sistema resta fragile. E i danni continuano.

Cosa serve davvero

Per evitare che storie come quella di Angela si ripetano, servono riforme profonde. Non bastano le sentenze isolate. Serve una rivoluzione culturale e normativa: standard scientifici vincolanti per le perizie psicologiche nei procedimenti minorili, contraddittorio garantito e verbalizzazione obbligatoria delle osservazioni, responsabilità civile e penale per i consulenti che causano danni con diagnosi infondate, registro nazionale dei periti forensi, con formazione certificata e aggiornamento continuo, revisione delle adozioni in caso di errore giudiziario comprovato, divieto assoluto di manipolazione psicologica del minore durante l’allontanamento.

La giustizia minorile deve essere la più rigorosa, la più umana, la più prudente. Perché ogni errore, in quel contesto, è una ferita che non guarisce.

Per Angela e per tutti gli altri

Angela Lucanto è il volto di una giustizia che ha bisogno di umanità, rigore e coraggio. Raccontare la sua storia non è solo un atto di memoria: è un dovere civile. È un grido che chiede ascolto. È una domanda che non può restare senza risposta: chi protegge i bambini dalla giustizia che sbaglia?

Se non riformiamo il sistema, continueremo a condannare bambini e genitori sulla base di fantasmi, non di prove. E ogni volta che accadrà, sarà una nuova Angela a pagare. Una nuova infanzia rubata. Una nuova verità negata.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.