Paladini infedeli

Paladini infedeli

Quando la tutela diventa abuso e lo Stato guarda altrove

Cosa succede quando chi dovrebbe proteggere i più fragili diventa il loro carnefice?

In Italia, l’amministrazione di sostegno è nata per garantire dignità e tutela a chi non può provvedere a sé stesso. Ma in troppi casi si è trasformata in una trappola silenziosa, dove il potere si esercita senza controllo e la fiducia viene tradita.

Questo articolo racconta di amministratori di sostegno che derubano i propri assistiti, approfittando della totale assenza di vigilanza. Ma non è solo una storia di furti. È una denuncia civile contro un sistema che, per inerzia o complicità, ha lasciato da sole le sue vittime.

Leggi, condividi, rifletti. Perché la fragilità non deve mai diventare un’occasione di profitto.

L’Amministrazione di Sostegno: tutela o trappola?

Introdotta nel 2004, l’amministrazione di sostegno è una misura innovativa del diritto italiano. Un istituto fondato sulla fiducia e sulla personalizzazione dell’aiuto. L’amministratore viene nominato dal giudice tutelare per affiancare il beneficiario nelle decisioni patrimoniali, sanitarie, abitative. Firma al suo posto. Spende in suo nome. Ha accesso ai suoi conti.

Ma in nome della protezione, si concede un potere enorme a una persona sola — spesso un perfetto sconosciuto. Quando quel potere non è controllato, diventa abuso. E quando l’abuso si diffonde, diventa sistema.

Una trappola perfetta

A Nuoro, Roberta Barabino, un’amministratrice di sostegno ha derubato circa sessanta assistiti di circa due milioni di euro. Uomini e donne soli, anziani, vulnerabili, affidati a un meccanismo che avrebbe dovuto garantire dignità e sicurezza.

Quel meccanismo si è rivelato una macchina spietata. Una finta tutela che ha sottratto tutto: denaro, serenità, speranza. Dignità.

Nel caso nuorese, l’amministratrice ha compiuto centinaia di prelievi. Sistematici. Frazionati. Invisibili. Un lavorio certosino durato anni. E nessuno ha controllato.

Nessuno ha verificato i rendiconti.

Nessuno ha confrontato i saldi.

Nessuno ha chiesto conto dei movimenti anomali.

Fiducia cieca. Silenzio istituzionale. E nel mezzo, le vite di chi non poteva difendersi.

Quando il tradimento si ripete: il caso di Genova

Non è un caso isolato. A Genova, l’avvocato Barbara Raimondo, anche lei amministratrice di sostegno, è stata condannata a cinque anni per peculato e falso. Aveva sottratto oltre un milione di euro a un’anziana donna sola. Anche lei firmava in nome dell’assistita. Anche lei ha abusato della fiducia concessa dallo Stato.

Radiata dall’Albo degli Avvocati, anche la Raimondo è diventata simbolo di un sistema che non controlla, non previene, non protegge. Il suo caso, come quello di Nuoro, dimostra che il problema non è solo individuale. È strutturale.

La farsa: lo Stato che incassa sul crimine…

Un altro episodio paradossale, riguarda Daniela Milesi, avvocato e amministratrice di sostegno, accusata di peculato aggravato per aver prelevato indebitamente 125.540,76 euro dai conti degli assistiti. E’ stata condannata dal Tribunale di Bergamo a sei anni di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici e confisca delle somme sottratte. La Corte dei Conti della Lombardia ha anche stabilito un risarcimento di 250.931,52 euro al Ministero della Giustizia per il danno d’immagine arrecato.

Lo Stato incassa su un crimine. Intanto, le vittime rischiano di non vedere mai un risarcimento.

Le domande che nessuno vuole affrontare

Queste storie mettono a nudo le falle sistemiche del controllo giudiziario:

Qualcuno legge davvero i rendiconti annuali?

Qualcuno confronta i saldi iniziali e finali?

Perché lo Stato incamera i beni senza preoccuparsi delle vittime?

È possibile che la priorità sia salvare il volto della giustizia e non le sue vittime?

È giustizia questa?

Se un assistito derubato deve affrontare anni di cause per riavere ciò che era suo… e deve persino pagare avvocati e contributo unificato… No. Questa non è giustizia. È cinismo travestito da norma.

Conoscere per proteggersi

Quando la legge si fonda sulla fiducia, il controllo non è un dettaglio: è la garanzia che quella fiducia non diventi vulnerabilità.

Cosa possiamo (e dobbiamo) fare:

  • Informarsi: ogni beneficiario ha diritto a conoscere il proprio bilancio.

  • Chiedere controlli: familiari e beneficiari possono sollecitare il giudice.

  • Intervenire: costituirsi parte civile, contestare i rendiconti, vigilare.

  • Mobilitarsi: denunciare, raccontare, sensibilizzare.

Il silenzio è l’alleato più fedele dell’abuso.

La fragilità non è una colpa… e non deve essere una miniera

Chi si prende cura degli altri compie un gesto nobile. Chi ne approfitta, mascherandosi da tutore, commette un crimine doppio. Ma quando il sistema non controlla, la responsabilità non è solo individuale. È collettiva.

La giustizia non può essere un algoritmo senz’anima.

Agisci. Ora!

Non basta indignarsi. Serve partecipare. Serve vigilare. Serve rompere il silenzio.

Condividi questo articolo. Fai rumore. Solo la luce può sciogliere il ghiaccio dell’indifferenza.

Se conosci qualcuno che ha un amministratore di sostegno, chiedi: Hai visto i rendiconti? Sai come vengono gestiti i tuoi soldi?

Se sei un familiare, un cittadino, un operatore del diritto: Scrivi al giudice tutelare, segnala anomalie, chiedi trasparenza.

Se sei un giornalista, un attivista, un semplice lettore: Parla di ciò che hai letto. Pretendi risposte.

Se fai parte di un’associazione, di un ordine professionale, di un ente pubblico: Proponi riforme. Chiedi controlli. Costruisci garanzie.

Fai luce. Fai rumore. Fai Giustizia.

Contattami

Hai vissuto una situazione simile? Hai segnalazioni, testimonianze o proposte per migliorare il sistema?

Scrivimi. Ogni voce conta. Ogni storia merita ascolto.

✉️ studiolegaleavvocatortu@gmail.com

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