Macro e micro inquinamento da materie plastiche
La nostra civiltà produce materie plastiche che non si degradano e prodotti chimici che anche in minime quantità sono pericolosi.
Verso la metà del secolo scorso si sono affacciati i primi prodotti organici di sintesi (materie termoplastiche) non biodegradabili o degradabili in tempi lunghissimi.
Uno dei primi materiali, sia per scoperta che per quantità prodotte, è rappresentato dal polietilene (PE) che ha segnato l’inizio dell’era delle materie plastiche derivanti dal petrolio.
Il che diventa cruciale, soprattutto perché questi materiali sono utilizzati per la realizzazione principalmente di packaging e per involucri “disposable”, come, per esempio le bottiglie.
Oggi, per ridurre il macro inquinamento da oggetti e frammenti in plastica, anche paesi con una bassa vocazione ambientale come l’India e la Cina stanno riducendone la produzione con norme progressivamente restrittive.
La transizione al polietilene è derivato da un fattore estremamente importante: dato che non era biodegradabile, come lo era il suo predecessore, il cellophane, che veniva prodotto a partire dalla cellulosa, aveva una durata maggiore.
Oggi, tuttavia, viene richiesto un ritorno a materie plastiche biodegradabili, che hanno portato allo sviluppo di nuovi materiali basati su amido di mais e su acido polilattico (PLA).
Tuttavia questi nuovi materiali presentano un nuovo problema: l’origine delle materie prime.
Infatti questi nuovi materiali “innovativi” necessitano di componenti che vengono sottratti ad altri processi produttivi. Il mais che viene usato per molte bioplastiche, per esempio, viene sottratto dalla produzione alimentare agricola.
Quello che però dovrebbe preoccuparci maggiormente è l’uso di particolari sostanze che anche in piccole quantità possono essere molto pericolose e sono utilizzate spesso nelle citate materie plastiche.
Sono definiti distruttori endocrini o interferenti endocrini (IE) e vanno a modificare, anche in quantità bassissime, quasi infinitesimali, i meccanismi di funzionamento dei sistemi di regolazione ormonale, causando danni difficilmente prevedibili al momento della loro messa in commercio o impiego.
Un esempio fra tutti il famigerato DDT (diclorodifeniltricloroetano) insetticida impiegato su larghissima scala in tutto il mondo (è servito a eradicare la malaria nel nostro paese) e di cui si conosceva inizialmente solo la tossicità, poi, la sua indistruttibilità e, per ultimo e recentemente, le sue caratteristiche come IE.
Infatti, Il DDT è strutturalmente simile agli estrogeni, un ormone femminile, e può legarsi ai recettori degli estrogeni, inducendo risposte ormonali simili, in grado di influenzare lo sviluppo sessuale, la fertilità e l’intero sistema immunitario, oltre a poter esplicare anche effetti neurocomportamentali (!).
Recentemente si sono chiariti anche i danni indotti da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) che vede proprio l’Italia come un dei paesi maggiormente colpiti.
Infatti, il loro spargimento incosciente e criminale ha inquinato una grossa area del Veneto e la Corte d’Assise di Vicenza ha emesso una sentenza storica nel processo per l’inquinamento da PFAS, condannando 11 ex manager della Miteni a pene detentive per un totale di 141 anni e imponendo cospicui risarcimenti a favore delle oltre 300 parti civili. La sentenza, giunta dopo quattro anni e 133 udienze, riconosce il reato di disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque.
A cosa servono i PFAS? Hanno grandi caratteristiche idrorepellenti e antiaderenti … perciò sono utilizzati nel trattamento dei tessuti, della carta, ma anche come rivestimento antiaderente delle padelle e delle pentole (!).
Entrambi i casi citati hanno coinvolto due tipi di sostanze estremamente conosciute e diffuse in quantità enormi, ma quello che dovrebbe preoccupare sono le migliaia di sostanze prodotte in quantità minori ma che spesso non sono ne testate con tecnologie Q-SAR (simulando digitalmente la loro struttura tridimensionale per valutare se assomigliano a ormoni o altre sostanze regolatorie del metabolismo delle cellule o degli organi), ne controllate per valutare effetti dannosi per la presenza di fenomeni di potenziale amplificazione (aumento di concentrazione) da bioaccumulo.
E, spesso, tali sostanze più sono stabili (e perciò permanenti nell’ambiente) e più sono valutate positivamente come nel caso del sucralosio, un dolcificante di sintesi, praticamente indistruttibile.
Questa sostanza è recentemente balzata agli onori della cronaca scientifica in quanto viene rilevato anche in matrici che non lo dovrebbero contenere come l’erba.
Memori dei precedenti il sucralosio viene, oggi, progressivamente sostituito da altri dolcificanti “più naturali” come la stevia e l’eritritolo che al contrario vengono metabolizzati dalle cellule e, pertanto distrutti.
Un appello a non utilizzare nessuna sostanza non testata e controllata dovrebbe essere, non una regola scientifica, ma un must per tutta l’industria sia alimentare che non.
Speriamo che il Legislatore si decida a normare non solo i novel food (ingredienti o alimenti innovativi) ma anche tutte le sostanze che, se non dichiarate idonee, non dovrebbero esser utilizzate

