Numeri del climate change e connessioni socioeconomiche

Numeri del climate change e connessioni socioeconomiche

La comunità scientifica internazionale e tutti i principali osservatori mondiali ci confermano che la temperatura globale del pianeta aumenta

a un ritmo sempre più accelerato rispetto ai decenni passati.

Al contempo, le risorse naturali disponibili per sostenere la popolazione mondiale diminuiscono progressivamente, al punto che – secondo le ultime stime per l’Italia – sarebbero necessari più di due pianeti per mantenere l’attuale modello di sviluppo.

Il fulcro di questa crisi rimane il riscaldamento climatico causato dall’effetto serra, e l’urgenza di una radicale decarbonizzazione dei sistemi produttivi e dei modelli di vita.

Parlare oggi di attenzione alla persona e alla vita significa, inevitabilmente, parlare anche della natura che ci circonda, come bene sottolineato dalla Costituzione italiana e dalla Dottrina sociale della Chiesa.

I principi ispiratori che ci guidano su questi temi trovano radici profonde e tra le più recenti: da un lato gli articoli della Costituzione – tra cui, in particolare, l’art. 2 (diritti inviolabili e doveri di solidarietà) e l’art. 41 (libertà economica nel rispetto dell’utilità sociale e dell’ambiente); dall’altro nelle encicliche papali, tra cui “Centesimus Annus” (cap. VI), che riflette sul ruolo dell’uomo nella custodia del creato, e soprattutto “Laudato si’”, dedicata interamente alla cura della casa comune.

Da questa consapevolezza nascono e si alimentano tutte le strutture fondamentali della società: dallo Stato, alla Famiglia, dai rapporti sociali all’impresa. Solo riconoscendo il legame profondo tra l’essere umano e l’ambiente potremo costruire un futuro equo, sostenibile e veramente umano.

Emeriti scienziati, attraverso modelli matematici e studi globali, citati in particolare da climatologi, geologi e glaciologi, concordano ormai in modo pressoché unanime: il problema climatico può essere affrontato efficacemente solo mediante una drastica riduzione delle emissioni di gas serra. Ogni altra strada che non passi da una vera decarbonizzazione non solo risulta inefficace, ma rischia di aggravare l’impatto del riscaldamento globale sia sulla popolazione che sugli ecosistemi.

L’obiettivo dichiarato a livello internazionale è chiaro: ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050.

In questo contesto, soluzioni alternative basate su tecniche di bioingegneria sono oggetto di crescente attenzione. Tuttavia, come evidenziato dal prof. R. Buizza, climatologo dell’Università di Pisa, tali approcci devono essere analizzati con grande cautela, soprattutto in un’ottica di scala costi-benefici.

Due esempi emblematici sono: l’immissione di aerosol in stratosfera, per ridurre la quantità di radiazione solare che raggiunge la superficie terrestre, simulando l’effetto di una grande eruzione vulcanica.

Questa tecnica, pur avendo mostrato in passato un’efficacia temporanea nella riduzione delle temperature, potrebbe alterare in modo profondo e imprevedibile la composizione chimico-fisica dell’atmosfera e il pompaggio di acqua nell’Artico, che prevede il trasferimento dell’acqua superficiale sotto il ghiaccio durante i mesi più freddi, con l’obiettivo di rallentarne lo scioglimento. Anche questo progetto, per quanto ingegnoso, solleva serie perplessità per quanto riguarda l’impatto sugli equilibri termici, oceanici ed ecologici.

In entrambi i casi, la comunità scientifica avanza riserve significative, sottolineando l’assenza di certezze sugli effetti collaterali e sulle reazioni a catena che queste tecniche potrebbero innescare negli ecosistemi globali.
La vera risposta, dunque, rimane quella indicata con forza dalla scienza: ridurre drasticamente le emissioni, decarbonizzare l’economia e modificare i modelli di consumo. Ogni scorciatoia rischia di essere un’illusione con conseguenze potenzialmente gravi e irreversibili.

Anche i geologi, pur consapevoli che la Terra è da sempre un pianeta dinamico, soggetto a cicli naturali di lungo periodo e a cambiamenti climatici profondi, convergono oggi sul fatto che il cambiamento climatico dell’ultimo secolo è principalmente causato dalle attività umane. I fattori chiave sono ben noti: l’uso massiccio di combustibili fossili, la deforestazione, l’agricoltura intensiva, tra gli altri.

n questo quadro, il riscaldamento globale rappresenta uno degli aspetti più evidenti e gravi del cambiamento climatico in corso.

Lo sottolinea in modo chiaro anche il geologo M. Marchesini, nei suoi scritti scientifici corredati da ampia bibliografia, ricordando come già negli anni Settanta l’aumento della concentrazione di anidride carbonica (CO₂) fosse indicato come possibile fattore di squilibrio del sistema climatico globale.

Da allora, i modelli elaborati da organismi scientifici internazionali – primo tra tutti l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – hanno fornito prove sempre più robuste e dettagliate: negli ultimi 30 anni si è registrato un innalzamento delle temperature senza precedenti, mai osservato con tale velocità e intensità neppure nei dati geologici e climatici degli ultimi 800.000 anni.

Le conseguenze di questa accelerazione sono oggi visibili in ogni parte del pianeta: diminuzione della biodiversità, minacce alla sicurezza alimentare, peggioramento del benessere collettivo – soprattutto per le generazioni future – e forti impatti anche sul sistema economico e produttivo e delle imprese.

La consapevolezza scientifica è ormai consolidata: non siamo di fronte a un normale ciclo naturale, ma a un’emergenza globale innescata da attività umane, che richiede azioni immediate, sistemiche e condivi
Le emissioni di gas serra continuano a crescere a livello globale. E non ha senso consolarsi con il fatto che, ad esempio, in Europa crescano meno che in Cina o negli Stati Uniti: il punto non è chi inquina di più, ma che si continua a inquinare.

Carbone, petrolio, metano e combustibili fossili restano al centro dei sistemi energetici mondiali. A ciò si aggiunge un sovrasfruttamento della terra – tra deforestazione, erosione del suolo e consumo insostenibile delle risorse – che peggiora ulteriormente la situazione climatica e ambientale.

Questi temi diventano ancora più evidenti in giorni come questi, in cui lo zero termico in Italia ha toccato i 5.136 metri di altitudine, un record preoccupante. O nei momenti in cui eventi climatici estremi e catastrofi naturali – alluvioni, incendi, ondate di calore – colpiscono con frequenza e intensità crescenti.

Ma la riflessione sul clima non può ridursi all’eccezionalità degli eventi. Deve diventare un pensiero costante, un’urgenza permanente, un criterio guida per ogni scelta economica, politica e sociale. La crisi climatica non è una crisi tra le altre, è il contesto in cui ormai si svolge ogni altra crisi.

Conclusione – Chi sono gli stakeholder della svolta climatica?

Chi sono oggi i veri stakeholder nella ricerca di soluzioni urgenti, concrete e condivise per ridare respiro al pianeta e garantire un futuro vivibile a tutti? La risposta è semplice nella sua complessità: tutti i cittadini del mondo. Ma con una responsabilità particolare per chi occupa posizioni chiave nei processi decisionali, economici e produttivi: i rappresentanti politici, i decisori istituzionali, gli investitori e i dirigenti delle grandi aziende globali.

Occorre però correre, non più camminare. Le priorità devono essere ribaltate: parlare di clima prima ancora delle dinamiche belliche o della crescita industriale non è cinismo, è realismo responsabile. Perché il pianeta, in sé, continuerà ad esistere. Ma potrebbe non essere più abitabile per l’umanità se non agiamo subito.

La vera priorità è una sola: azzerare le emissioni entro pochi decenni, abbandonare definitivamente i combustibili fossili, decarbonizzare ogni aspetto del nostro sistema socioeconomico. Senza questa transizione, non ci sarà né crescita, né pace, né futuro.

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