La Bomba PFAS: Fragile la Linea di Difesa degli Imprenditori

La Bomba PFAS: Fragile la Linea di Difesa degli Imprenditori

Un nuovo Nemico Nascosto nelle Filiere Produttive a danno dei Consumatori e la Necessaria Difesa Assicurativa

Il fallimento di Miteni nel 2018, un’ azienda veneta da 5 milioni di euro di fatturato capace di generare un disastro ambientale da 136 milioni, è una ferita ancora aperta nel tessuto produttivo italiano.

Il processo penale in corso a Vicenza, con manager accusati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale, ne è la drammatica testimonianza.

Ma Miteni è solo la punta di un iceberg inquietante.

Una recente inchiesta rivela una realtà sommersa: oltre 1600 siti contaminati da PFAS in Italia su un totale europeo di 17.000. E qui sorge la domanda cruciale per molti imprenditori:

“Ma io non produco PFAS!”.

Verissimo, ma la filiera produttiva è complessa e insidiosa. Molte aziende, inconsapevolmente, utilizzano o trasformano prodotti che contengono queste sostanze perfluoroalchiliche, presenti in oggetti di uso quotidiano come pentole antiaderenti, tessuti impermeabili e imballaggi alimentari.

L’ignoranza, però, non esime dalla responsabilità. Il Codice del Consumo è chiaro: un prodotto è difettoso se non offre la sicurezza legittimamente attesa.

La responsabilità ricade sul produttore o, in alcuni casi, sul fornitore.

Ma non finisce qui. L’articolo 2087 del Codice Civile impone all’imprenditore di tutelare l’integrità fisica e morale dei lavoratori, un dovere che include la salubrità dell’ambiente di lavoro.

E ancora, il principio generale del “neminem laedere” (art. 2043 c.c.) apre la strada a richieste di risarcimento per danni causati da prodotti contenenti PFAS.

Ma il vero incubo per gli amministratori si materializza nell’articolo 2476 c.c.: responsabilità solidale verso la società per danni derivanti da inosservanza dei doveri, inclusi quelli ambientali, configurando potenziali azioni di “mala gestio”.

E la giurisprudenza, in alcuni casi, ha persino riconosciuto il risarcimento per il “danno da paura di ammalarsi”, il patema d’animo legato al rischio futuro di patologie connesse all’esposizione a sostanze tossiche.

Il quadro è allarmante.

Mentre l’inchiesta di Greenpeace svela la presenza di PFAS nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati in Italia, l’azione politica tarda ad arrivare con leggi stringenti. In questo vuoto normativo, gli amministratori di Società e gli Imprenditori (e non solo…) si trovano esposti a contenziosi Civili e Penali.

L’unica via di difesa concreta, in attesa di una politica ambientale più incisiva, risiede in una gestione Aziendale consapevole e nella sottoscrizione di adeguati Programmi Assicurativi che non possono prescindere dalla sottoscrizione di polizze D&O (Directors & Officers) per proteggere il Patrimonio personale degli Amministratori e di polizze di Responsabilità Civile Ambientale per tutelare l’Azienda da eventuali danni causati dall’inquinamento.

La vicenda Miteni ci insegna che la negligenza e l’inconsapevolezza possono avere conseguenze devastanti.

La vita è un soffio troppo breve per rimandare le scelte più importanti: proteggere il futuro della propria azienda e il Patrimonio Personale da un rischio ambientale silente, ma potentissimo.

Non aspettiamo che la bomba PFAS esploda nelle nostre aziende.

Agiamo ora, con la consapevolezza che la prevenzione assicurativa è l’unica vera difesa in un contesto normativo ancora troppo fragile.

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