Aviaria una epidemia in agguato
Il virus dell’aviaria trova negli uccelli selvatici il vettore da cui viene trasmesso al pollame domestico e a varie specie di mammiferi.
Mentre Trump minaccia dazi e barriere commerciali il suo staff sta cercando di reperire uova sul mercato internazionale.
Il settore avicolo americano è stato colpito da una progressiva carenza di uova a causa della diffusione dell’influenza aviaria che sta decimando gli allevamenti statunitensi.
Il virus appartiene al cosiddetto “ceppo influenzale” (genere Orthomyxovirus, tipo A).
Sono virus a RNA del diametro di circa 100-120 nm che, come il SARS-CoV-2, sono caratterizzati dalla presenza di un rivestimento esterno lipidico (envelope), che se da una parte lo rende più fragile di quelli che non la presentano dall’altra non ne riduce la pericolosità che è rappresentata principalmente dalla sua capacità di modificarsi, adattandosi a nuovi ospiti, ed esprimendo la propria attività infettiva anche su nuove specie animali.
Infatti, il virus può essere inattivato in 30 minuti a 60 gradi, e in 2 minuti in acqua bollente, la luce solare diretta lo distrugge in 24/48 ore ed è quasi immediatamente distrutto dai raggi UV e dai comuni disinfettanti.
Al contrario è particolarmente resistente alle basse temperature sia in acqua che nelle feci di uccelli infetti (da una a quattro settimane).
L’aviaria, di quanto comunemente conosciuto, non è una nuova patologia in quanto una malattia che colpiva i polli venne descritta per la prima volta in Piemonte nel 1878 e nel 1901 se ne attribuì la causa a un virus, che, poi, è stato identificato e assegnato ai virus di “tipo A influenzale”.
I vari ceppi vengono identificati attraverso le proteine di superficie H e N (oltre 25 varianti totali) che corrispondono e individuano anche la corrispondente pericolosità specifica.
Dai primi episodi si è passato alle nuove epidemie dove i ceppi LPAI (a bassa letalità) si sono alternati a quelli ad alta pericolosità (HPAI) senza soluzione di continuità, grazie alla variabilità (capacità di modificarsi) del virus che può passare da una forma di patogenicità all’altra con una notevole velocità e facilità.
Il primo ceppo HPAI è stato identificato in Sud Africa oltre 50 anni fa e da circa trent’anni, a carico dei ceppi H7 e H5, si è assistito ad una recrudescenza del problema per giungere fino ai giorni nostri con la decimazione dei polli negli allevamenti americani e, purtroppo, non solo in quelli.
Infatti, anche nel nostro Paese si sono dovuti abbattere parecchi milioni di volatili (anche tacchini e anatre) solo nell’ultimo anno.
Il virus, inoltre, non colpisce solo gli animali allevati ma, anzi, trova maggior spazio negli uccelli selvatici e migratori che lo veicolano e diffondono senza che, ovviamente, l’uomo possa intervenire su tale meccanismo.
In realtà il problema maggiore non è la situazione di carenza delle uova, che colpisce particolarmente gli abitanti nordamericani, ma la capacità dell’aviaria di divenire una zoonosi, una malattia di origine animale, cioè, in grado di infettarci attraverso il cosiddetto “salto di specie” o spillover per cui un patogeno degli animali evolve e diventa in grado di infettare, riprodursi e trasmettersi all’interno della specie umana.
Tale fenomeno è ormai dato per reale, con alcuni casi nell’uomo, che hanno colpito dei lavoratori che operavano negli allevamenti bovini.
Fortunatamente, al momento sono casi limitati, nn contagiosi rispetto agli altri esseri umani.
Sorvegliati speciali sono diventati gli animali domestici e in particolare i gatti che per le loro caratteristiche predatorie ed alimentari possono venire facilmente a contatto con gli uccelli selvatici infetti.
Al momento anche se il contagio verso l’uomo e la diffusione nella nostra specie , per quanto detto, non paiono essere frequenti sono molto preoccupanti le dichiarazioni dell’attuale ministro della Sanità degli Stati Uniti, Robert Francis Kennedy Jr che propone di “Lasciare che l’aviaria si diffonda e vedere quali animali – i più resistenti – si salveranno”.
Infatti, sperare che la resistenza al virus si possa ricercare attraverso una selezione naturale non solo pare irreale ma anche estremamente pericolosa, perché all’aumentare della diffusione aumenta la possibilità di spillover, anche verso l’uomo.
O forse, peggio, gli investimenti e i costi necessari per affrontare il problema o sono stati ritenuti eccessivi o non sono valutati come accettabili alla luce di un cost-effect che ha indotto il Ministro a tale folle affermazione, con tutte le possibili conseguenze del caso
Forse l’ultima zoonosi, il COVID, non ci ha , insegnato granché, purtroppo.